Un altro punto di vista

Non riuscivo a respirare, sembrava che il corpo non riuscisse più a contenere tutta la rabbia, l’umiliazione, il dolore, una buia prigione senza speranza.
E così la fuga, lo sguardo fisso avanti, il cervello impegnato a riconoscere, evitare, scansare ostacoli, il respiro trattenuto, una lunga inspirazione, poi l’arrivo e l’aria che piano esce e si mescola con quella fresca e profumata del mattino.
Guardo in alto e comincia l’ascesa. Fatica.
Il respiro si fa più frequente, il cuore si affretta, i muscoli delle gambe si tendono, fatica.
L’erta è scoscesa, instabile, misteriosa e mi addentro nel verde come se fosse buio.
Sudore e affanno, la rabbia si stempera nel sale, il dolore diventa acido che svanirà alla prima sosta.
Tornare sugli stessi passi, cercare l’anima perduta, il desiderio, il sogno.
Inseguo disperatamente l’identità che ho smarrito, il frammento che mi permetta di ricomporre l’assoluto, l’essenza.
Mi ostino a tornare qui a cercare e ogni roccia mi da forza, ogni albero radici, per un po’, almeno.
Voglio arrivare fino lassù e osservare il mondo da un altro punto di vista, prendere le distanze dall’infamia, rendere in qualche modo utile tutto questo dolore infruttuoso.
Ad ogni passo aumenta la consapevolezza, ogni scivolata una sfida.
Il problema non è questa caparbietà, ma il timore di perderla. Fatica.
Mi fermo perché ho l’affanno, il cuore batte troppo in fretta, c’è silenzio qui, non c’è rumore di gente solo leggero lo stormire delle foglie.
Mi sembra quasi di scorgere qualcuno che si muove nel sottobosco, ricordi, una struggente malinconia. I rami urtano delicatamente tra di loro producendo un suono remoto. Nella penombra l’estate non è così aggressiva, la vita così cattiva, ma dovrò ritornare, la discesa sarà distratta e avventata, fatica.