Ricordi di fine estate

Rammento quelle mattine di fine estate quando la mia insegnante di storia bussava alla mia porta, ad ore impossibili, perché l’accompagnassi in giro per la campagna.
Partivamo così, nella luce incerta dell’alba verso il sole che sorgeva e riempiva di perle le goccioline di rugiada imbrigliate nelle ragnatele, le ombre ancora lunghe e fresche, l’odore delle erbe e della terra, intenso, pregnante. Avevamo una sacra missione, cercare sul territorio le tracce della storia, i segni lasciati dall’uomo nel tempo, le vestigia del passaggio dei secoli e delle civiltà. Io ascoltavo e pedalavo, immaginavo una campagna senza granoturco e senza soia e a volte mi si mozzava in gola il respiro, per l’emozione perché mi sembrava di essere proprio lì, in un allora che non era il presente.
Annotavamo, fotografavamo ed ogni tanto scivolavamo sulla ghiaia con la bicicletta, alle Longure un trattore ci ha fatto quasi finire in un fossato, alle Medulfe il contadino ci ha accolto e poi scacciato con il fucile in mano (non sono mai riuscita vedere quella piccola chiesa da vicino), alla Pieve invece il conduttore ci ha seguito con lo sguardo bonario, mentre accompagnate da uno stuolo di galline, cercavamo di individuare, studiando le depressioni del terreno, dove fosse sorta l’antica chiesa matrice.
Facevamo congetture, cercavamo risposte, a volte riuscivamo anche a trovarle, in altre occasioni le domande ne generavano altre ed altre ancora, la storia è così, non è mai definitiva.