La moneta magica

CAPITOLO I

Quel giorno, una di quelle belle giornate di primavera nelle quali già si sentiva una promessa d’estate nell’aria, Antonio, Luca e Roberto avevano deciso di recarsi a pescare vicino al vecchio mulino, al gruppo si erano poi aggregati Lisa, Simona e Leo.
Pescavano a turno perché non avevano canne a sufficienza per tutti, in quel momento seduti sul muro intenti a scrutare i galleggianti c’erano Luca, Roberto e Simona.
Lisa, Antonio e Leo gironzolavano lì attorno diretti verso il ponticello che univa le due rive del Naviglio con l’intenzione di attraversare il canale per andare nel campo vicino.
Mentre erano intenti ad attraversare la passerella la quale benché abbastanza
ampia, non aveva protezioni, notarono che parte dell’argine destro, probabilmente a causa delle piogge primaverili che erano state abbondanti e incessanti, era franata.
Giunti sulla riva opposta i tre amici si approssimarono alla zona crollata.
– Diamo un’occhiata- disse Lisa, magari troviamo qualche reperto preistorico –
– Scendiamo – li incitò Antonio così possiamo ispezionare meglio il luogo.
Senza troppa difficoltà i tre riuscirono a calarsi sulla piccola spiaggia che era stata creata dallo straripamento del canale, atterrarono sul fango umido che si intervallava ai sassi e alle radici che la piena aveva portato allo scoperto.
I tre si aggirarono speranzosi procedendo verso il punto dove la parte più consistente dell’argine era crollata
Arrivati sul posto poterono costatare che nessun reperto preistorico era
affiorato in superficie, neanche un gioiello, un coccio o una punta di freccia, niente insomma e stavano per tornare indietro quando la loro attenzione venne attirata da alcune pietre un po’ singolari poste a circa metà della scarpata.
Iniziarono quindi ad arrampicarsi e un po’ scivolando, un po’ aggrappandosi a ciuffi d’erba e quando giunsero alla loro meta poterono notare che le pietre portate alla luce erano piuttosto dei lastroni dalla forma regolare e squadrata.
– Sarà una tomba preistorica? – chiese Lisa .
– Non credo è troppo grande – rispose Leo – però sembra qualcosa di molto antico.
– Assomiglia un po’ a una strada romana che ho visto a Brescia – riferì Antonio
– Chissà dove portava? – li interpellò Lisa – non pensate che potremmo cercare di capire dove andava a finire? – aggiunse la bambina.
Non sono molte le strade a est del paese che potrebbero incrociarsi con questa, che ne dite se andiamo a vedere?- domandò Anthony .
– Dove andiamo adesso? – domandò Lisa alzandosi in piedi e buttando un sasso che poco prima aveva attirato la sua attenzione.
– A fare un giro in bici! – le rispose Antonio sorridendo.

CAPITOLO II

– Dove andate? – urlò Simona quando li vide passare sul ponte.
– A fare un giro – risposero.
– Dove andate? – chiese Sara quando li incontrò nei pressi della chiesa.
– A perlustrare la campagna – disse Leo – vieni anche tu?
Poiché la risposta era scontata, gli amici cominciarono a pedalare per raggiungere la stradina che costeggiava la vecchia casa diroccata e che poi proseguiva verso i campi.
Dopo aver percorso un breve tratto sulla strada sterrata, alzando una quantità incredibile di polvere solo per il piacere di testare le possibilità dei freni delle loro biciclette, Antonio e Leo si fermarono, subito imitati delle bambine e si misero a osservare il terreno. Si trovavano nel luogo in cui la via da loro scoperta avrebbe dovuto incontrare quella sulla quale stavano.
– Qui non c’è nulla –disse Antonio.
– Se anche ci fosse qualcosa sarebbe sotto terra – affermò Leo –i ci sono solo campi coltivati.
– Proviamo con l’altra – asserì Antonio – rimontando sulla sua bicicletta.
– Stiamo cercando qualcosa in particolare? – si informò Sara.
– Adesso ti spiego tutto –disse Lisa – però seguiamoli altrimenti ci lasciano indietro.
Le due bambine pedalavano con vigore per raggiungere gli altri che andavano
velocissimi, intanto anche se un po’ ansante Lisa spiegò a Sara del loro ritrovamento mentre Leo e Antonio che si erano accorti di aver seminato le femmine rallentarono la loro andatura. Finalmente riuniti imboccarono il secondo viottolo che dal paese portava in campagna.
Arrivati a un bivio Antonio e Leo decisero di proseguire verso sinistra.
Non erano avanzati che di un breve tratto quando la strada si interruppe bruscamente ai confini di un campo.
– Uffa – non c’è niente neanche qui – si lamentò Lisa.
– Guardiamoci almeno attorno – insistette Leo.
– Nei campi coltivati non possiamo certo camminare, ma in quello incolto potremmo fare una ricognizione – propose Antonio con aria seria.
– Cosa cerchiamo? li interrogò Lisa.
– Qualsiasi cosa – replicò Leo – cominciando a osservare attentamente la terra smossa.
Intorno a loro i campi riposavano tranquilli sotto il sole, escludendo il terreno appena dissodato, gli altri erano colmi di spighe in via di maturazione tra le quali spiccavano le macchie rosse dei papaveri.
I ragazzi si muovevano lentamente, raccoglievano frammenti di pietra, li osservavano attenti poi li scartavano.
– Cos’è questo? – chiese Leo a Antonio allungandogli un coccio rossiccio.
– Potrebbe essere un pezzo di un vaso, di una tegola o di un mattone – rispose l’altro.
– E questo? Li interrogò Sara – mostrando un piccolo oggetto scuro posato sul palmo della sua mano.
I suoi amici cominciarono a esaminare l’oggetto e a pulirlo dalla terra.
– Sembrerebbe una piccola moneta – osservò Lisa.

CAPITOLO III

Il minuscolo dischetto opaco non sembrava neppure fatto di metallo eppure riuscì a catturare un raggio di sole.
In quel momento i ragazzi sentirono un vento freddo sfiorarli ei peli rizzarsi sulle braccia e sulla nuca mentre il cielo si oscurava per un istante.
– Che strano… – iniziò a parlare Lisa per poi interrompersi e sgranare gli occhi sbalordita.
Gli altri la osservarono incuriositi e poi seguirono il suo sguardo.
Il grano ondeggiava leggero nel vento, ma le spighe erano meno fitte e meno robuste, i chicchi sembrano scarsi.
I campi apparivano più piatti e in lontananza riuscivano a scorgere grandi macchie verdi di alberi.
Si guardarono e muti dallo stupore si resero conto che a parte il fruscio del vento e il canto degli uccelli non si sentiva nessun rumore o per meglio dire sembrava che i suoni che si udivano si percepissero meglio poiché non c’era nulla nel sottofondo a confonderli, un po’ come avviene in montagna e anche l’aria aveva un sapore strano e sconosciuto.
In lontananza, verso est, potevano vedere le sagome di alcune abitazioni e proprio sotto i loro piedi correva una strada che cominciarono a percorrere.
I campi di frumento erano alternati a culture di altri cereali che i ragazzi però non conoscevano.
Ogni tanto sentivano un muggito lontano o il belare di una pecora, l’aria aveva un sapore buono, l’erba sembrava più verde, tutti i colori apparivano vividi e vivaci.
Benché le abitazioni che avevano scorto fossero ancora distanti, a un tratto davanti a loro, nascosto da un folto boschetto, i bambini videro profilarsi la sagoma di un edificio.
Si avvicinarono ad una costruzione non molto alta, fatta di mattoni intonacati.
Al centro del muro che guardava a sud, si apriva un ingresso squadrato e disadorno ai lati del quale correvano due panche di marmo bianche.
I ragazzi si avvicinarono e guardarono oltre la soglia, una stanza rettangolare veniva illuminata dall’alto da un foro che si apriva proprio nel centro del soffitto.
Il pavimento era composto da piccole pietre di vari colori accostate in modo da formare le immagini di animali bizzarri incorniciate da figure geometriche.
I muri brillavano di verdi e di azzurri, animali, piante, fiori si susseguivano sulle pareti.
Un’altra apertura si apriva nella facciata di fronte all’entrata, qui un locale più angusto del primo, riceveva luce solo dalle porte una delle quali si apriva sui campi.
Sulle pareti dominavano i rossi, i neri e i marroni, il mosaico sul selciato sembrava rappresentare un cielo al centro del quale brillava un sole giallo.
Su una di queste si apriva una nicchia dalla quale partivano alcuni gradini che portavano a una porta, chiusa.
– Che bel posto –esclamò Sara – quanti colori!
– Dove porterà la scala? –Si informò Lisa –
– Sicuramente c’è un locale sotterraneo, una cripta insomma – specificò Antonio – ma la porta è molto solida noi non riusciremo certo ad aprirla.

Erano ancora intenti a esaminare gli affreschi sui muri quando sentirono un rumore di passi, che si approssimavano. I quattro amici corsero verso la porta e si precipitarono all’esterno.
Un ragazzo, che doveva avere pressappoco la loro età, si stava avvicinando velocemente seguito da due bambine più piccole.
I tre avevano occhi e capelli castani, indossavano corti vestiti di varie tonalità di marrone ed erano scalzi.
Appena si videro si immobilizzarono all’istante, si scrutarono attentamente, poi il gelo si sciolse, in fondo erano tutti bambini.
– Che cosa facciamo? – chiese Sara.
– Mangiamo –rispose Lisa aprendo lo zainetto ed estraendo un mucchio di gelatine di frutta per le quali era ben nota ai compagni.
Ne offrì ai suoi amici poi tranquillamente si avvicinò ai nuovi venuti e ne diede anche a loro.
Occhi scuri si fissarono in occhi scuri e Lisa scartando la caramella e infilandosela in bocca disse con una voce un po’ soffocata – ciao io sono Lisa.
Subito fu imitata dagli amici che fatti alcuni passi avanti, aggiunsero:
– Io Leo.
– Io Sara.
– Ed io Antonio.
Il ragazzo parve capire, infatti, sorridendo disse – Marcus – e indicando con un cenno le bambine – Quarta et Primilla.
Poi come se si fosse ricordato di aver qualcosa d’urgente da fare, cambiò espressione e alzata la testa si mise in ascolto.
Anche i quattro amici udirono un rumore lontano simile a quello di un tuono e guardarono verso il cielo, dove il sole splendeva nell’azzurro.
– Forse è in arrivo un temporale – affermò Leo.

CAPITOLO IV

Marcus si diresse verso un boschetto e fece loro segno di seguirlo.
Lì all’ombra dei rami si erigeva una piccola capanna di legno, forse un ricovero per gli attrezzi, alla quale Marcus si avvicinò e cominciò a scalarne le pareti puntando i piedi tra le intersezioni delle assi.
Quando fu sul tetto, guardò in basso e dalla sua espressione era chiaro che il ragazzo voleva che gli altri lo seguissero.
Sara, Lisa, Leo e Antonio, seguiti da Quarta e Primilla si arrampicarono sulla costruzione e raggiunsero il tetto.
Con la mano Marcus indicava verso nord dove una nuvola di polvere sembrava oscurare parte del cielo.
– Un tornado! – esclamò Lisa.
– Al massimo una tromba d’aria – specificò Leo che ormai era entrato in pieno nello spirito dell’avventura e non aveva più nessun timore – però è strano con questo cielo.
– Exercitus – chiarì Marcus .
Tutti, anche se non conoscevano il latino capirono immediatamente.
– Barbari – pensarono
– Sara guardò gli altri – e tremando disse – ci travolgeranno!
– Guardiamo come sono e poi scappiamo – suggerì Lisa.
– E dove andiamo? – domandò Leo.
– Torniamo da dove siamo venuti – rispose Antonio – hai conservato la moneta, non è vero?
Marcus e le bambine che seguivano il loro scambio di battute, sembravano molto preoccupati e guardavano in continuazione verso la nuvola di polvere che lentamente si ingrandiva.
La campagna aveva dei colori bellissimi, non c’erano abitazioni pali della luce o del telefono a contaminare l’orizzonte, solo il rumore che si faceva sempre più forte e sembrava rimbombare nel silenzio e turbava la quiete della giornata.
L’esercito in marcia doveva distare ormai pochi chilometri da loro che, affascinati, riuscirono al fine a scorgere il brillare di spade, lance ed elmi sotto il sole. I campi sembrano piegarsi sotto la forza devastante di tanti piedi, gli uccelli si alzavano veloci in volo e i movimenti di piccoli animali in fuga si indovinavano tra le spighe.
Marcus e le sue sorelle avevano i gesti paralizzati dal terrore, ai quattro amici invece sembrava di assistere alla scena di un film e con il fiato sospeso erano in attesa degli avvenimenti successivi.
– Dobbiamo andare – li incalzò Sara – ci schiacceranno!
Leo aprì il pugno in cui teneva stretta la moneta e la espose al sole.
Gli uomini in marcia erano sempre più vicini, i bambini potevano vedere i visi dei soldati ricoperti di polvere e sudore, percepire la loro fatica, il loro furore e il loro odore.
Un brivido freddo pervase i ragazzi, il vento si alzò e si fece più buio.

CAPITOLO V

Si ritrovarono in un mare di spighe. Attutito dalla distanza, si udiva il rumore del traffico lontano, più vicino il motore di un trattore rombava sommesso.
Antonio e Leo tesero le mani alle due bambine e s’incamminarono verso il punto in cui avevano lasciato le biciclette.
Gli altri li seguirono compreso Marcus che li guardava diffidente.
– Dovremo aspettare un po’, almeno finché l’esercito non sarà passato, chissà quanto ci vorrà – esordì Antonio.
Rimasero per un po’ in silenzio poi, le ragazzine decisero che per ingannare l’attesa potevano andare a cercare qualcosa da mangiare.
Leo e Antonio invece tentavano di comunicare con Marcus, Quarta e Primilla, quest’ultima li teneva ancora per mano e li adocchiava con sguardo adorante, gli altri invece guardinghi li scrutavano sempre più preoccupati soprattutto dopo aver visto patire le bambine in sella alle loro biciclette colorate.
In qualche modo – grazie anche a Primilla, la quale avendo intuito che i bambini non volevano far loro del male, ma che al contrario cercavano di aiutarli e rassicurava i compagni esortandoli ad avere fiducia – i due amici convinsero i visitatori, che erano entrati in una specie sogno che li aveva portati a fare un viaggio nel futuro.
Il termine “futuro” fu subito compreso, per “sogno” ci volle un po’, ma la parola “viaggio” sembrava proprio sconosciuta ai piccoli ospiti.
Tornate le bambine, fecero merenda tutti insieme, seduti dove un tempo passava la vecchia strada.
I quattro amici condivisero con i bambini del passato, frutta, tortine e patatine e a nessuno venne in mente che all’epoca in cui questi vivevano, le patate non c’erano di sicuro e neppure le schiacciatine gusto pizza poiché non era conosciuto neppure il pomodoro!
Primilla, Marcus e Quarta gradirono molto quei gusti nuovi, anche se, ogni tanto, sobbalzavano per un rumore improvviso, prodotto magari dalla frenata brusca di un tir o dallo scoppiettare di una marmitta, e si guardavano intorno impauriti, ma la calma degli altri quattro li rassicurava.
Sembrano inoltre affascinati dai colori e dalle stampe dei vestiti dei nuovi amici, ma guardavano con un certo timore le biciclette.
– Ormai è quasi sera dovremo tornare a casa fra poco – disse Lisa – forse è meglio tentare finché c’è il sole.
E’ vero assentì Leo – magari senza luce la moneta non funziona Se quando arriviamo, vediamo che ci sono ancora soldati, torniamo subito indietro – propose.
Gli altri furono d’accordo, si misero tutti in cerchio, neanche stessero facendo un rito magico e Leo aprì la mano.
Il vento li investì ancora poi si trovarono in piedi sulla strada e poco più avanti poterono scorgere i resti anneriti della capanna.
I campi intorno a loro erano stati devastati, le spighe frantumate da troppi passi; miracolosamente la struttura in mattoni sembrava indenne, qualcosa l’aveva protetta dalla furia devastatrice dell’esercito e gli affreschi brillano nella luce del sole morente.
Mentre ispezionavano il luogo, sentirono delle voci, subito Marcus, Quarta e Primilla corsero verso l’ingresso, si fermarono un istante e voltatisi accennarono un saluto prima di precipitarsi all’esterno. Gli altri li seguirono con prudenza poi rimasero a osservare questi strani compagni che abbracciavano quelli che dovevano essere i loro cari.
– Andiamo – non facciamoci vedere – disse Antonio e avanzò rapidamente verso la seconda apertura. Sara aveva gli occhi lucidi e la moneta tremava nella mano di Leo.
Si ritrovarono poco dopo nel campo vicino alla strada.
– Domani potremo tornare –propose Sara –così ci assicuriamo che stiano tutti bene.
– E’ una buona idea- disse Antonio – così ci guardiamo un po’ attorno per vedere se riconosciamo qualcosa.
Corsero a casa eccitati all’idea di ciò che avrebbero potuto vedere l’indomani.
Il giorno successivo benché il sole colpisse la moneta antica, non accadde nulla.
Niente intorno a loro mutò.
– Peccato – disse Leo ero così curioso di scoprire qualcosa!
– Mi sarebbe piaciuto provare a parlare con loro, chiedergli in che anno fossimo, cosa facevano, qual era la loro vita –si rammaricò Sara.
– C’è un pensiero che mi disturba – confessò Antonio a voce bassa – noi continuiamo a parlare di quel posto come fosse un luogo, ma la zona è questa, quindi forse è un tempo, però è anche un posto, che confusione non ci capisco niente!
Il giorno dopo e per molti giorni ancora si recarono nel campo con la moneta in mano, ma la moneta rimaneva sempre inerte, solo un piccolo disco di metallo consunto.