Spes ultima dea

All’inizio del XV secolo Asola, suo malgrado, essendo una fortezza di confine, si trovava coinvolta nelle varie guerre che caratterizzano questo periodo della storia lombarda. Verrà quasi rasa al suolo, come dimostrano i tanti riferimenti alle “ruine” contenuti nei libri di provvisione e nell’arco di pochi anni sarà prima signoria di Pandolfo Malatesta, poi dei Visconti e dei Gonzaga per entrare, nel 1440, a far parte per la prima volta del dominio veneziano[1]. Quali fossero i signori, l’esistenza delle persone comuni doveva necessariamente proseguire nella maniera usuale: si coltivava la terra, si pagavano le tasse, si provvedeva alla manutenzione delle strade e la piazza continuava a essere il centro nevralgico del paese. Non solo vi si affacciavano la sede del comune l’essenza della vitalità e dell’intraprendenza cittadina, e la chiesa di Sant’Andrea[2], baluardo di un’autorità ultraterrena e allo stesso tempo risposta a una sentita esigenza civile[3], ma ospitava anche un mulino, una segheria, una farmacia, una colonna e un pozzo e vi si amministrava la legge.  Il banco posto sotto il portico della casa della piazza[4] era il luogo in cui erano letti e trascritti ordinanze e mandati ed era sede del tribunale civile. Chiunque poteva rivolgersi al magistrato per far valere i propri diritti, avanzare una richiesta, accusare o querelare qualcuno, in questa sede era stabilito chi dovesse deporre per le parti in causa e quando, si ascoltavano le parole dei testimoni, qui si sovrintendeva alla giustizia. Leggi, regolamenti e decreti emanati dall’autorità centrale venivano letti a voce alta e dal centro del paese si diffondevano sino ai confini della quadra, molti erano di portata generale[5], ma altri si adattavano singolarmente alla realtà dei luoghi. Un divieto del 1415 proibiva di lavorare – o di costringere qualcuno a farlo – la domenica e negli altri giorni festivi dedicati agli apostoli o alla Madonna e durante le ricorrenze principali del calendario liturgico[6]. Emanato alla fine di maggio, proprio nel periodo in cui i lavori agricoli iniziano a diventare pressanti e pesanti, ci lascia intuire quale fosse la realtà poiché spesso un’interdizione nasce dalla necessità di sradicare una costumanza consolidata e diffusa. Il 26 luglio del 1432 viene proclamato ad alta voce sulla piazza di Asola il divieto di giocare a carte, a dadi o a qualsiasi altro gioco che richieda l’utilizzo di denaro[7]. Se la proibizione di recarsi a Marcaria, Casatico e Castellucchio[8] è motivata dal timore che non si diffonda il contagio della peste, quella di non mettere in ammollo il lino nei fossati della terra asolana[9] sembra dettata più da motivazioni economiche che ecologiche e ben si accosta alla richiesta di Francesco Gonzaga che chiede gli sia inviato l’elenco dei produttori di zafferano[10]. A un divieto generico del 1429 di far pascolare “bestie” sul territorio asolano[11], ne segue uno specifico che impedisce di condurre al pascolo animali sopra le proprietà della pieve e non ammette assolutamente che questi possano entrare in chiesa[12]. Anche chi va in giro di notte senza lumi o si allontana dalla quadra senza permesso rischia una sanzione[13]. Agli abitanti di Asola è altresì vietato pescare nel tratto in cui il fiume Chiese lambisce il territorio di Casalmoro e questo perché il comune di Casalmoro ha concesso a un non meglio identificato cremonese, agente in nome di un chierico di “Turre Rupta”, il diritto di pesca e di esigere il pedaggio sul fiume[14]. Molti atti concernono la manutenzione delle strade, l’irrigazione dei campi, i dazi, l’approvvigionamento di frumento e il commercio. Terminate le guerre la vita riprende il suo corso naturale e le persone iniziano nuovamente a interessarsi ai propri affari, a cercare di far valere i propri diritti, ad ammettere anche le proprie responsabilità. Ci si rivolge al banco della legge, in genere all’ora terza detta anche giuridica[15], perché qualcuno ha segato degli alberi senza averne diritto[16] come Giovanni Meyorini di Remedello Sopra il quale -chiamato a rendere testimonianza- ammette che il figlio e il nipote “massisset ploppas et onizonis pro facendo stolones causa claudis tegetes”, oppure perchè qualcuno si comporta da padrone senza averne diritto come i fratelli Marescotti che sono accusati di “tener occupata” una strada e della terra nel Borgo del mulino a Castelnuovo[17] ed anche perchè altri non amano gli animali come risulta dall’accusa avanzata da Giovanni Fezoli di Castel Goffredo contro Bertolotto, figlio del fu Squarzieri di Casaloldo, per avergli danneggiato un puledro[18] con la sua sconsideratezza. Il 23 gennaio del 1432 Bertolino de Cionibus di Casalmoro chiede un risarcimento al comune di Casalmoro per l’azzoppamento di una mucca. Racconta che il giorno sedici del dicembre appena passato, mentre conduceva la sua mucca al pascolo, questa attraversando un ponticello sulla Fossa Magna nel territorio di Casalmoro, a causa della cattiva manutenzione del ponte -spettante secondo gli statuti di Asola agli abitanti di Casalmoro- “dirupit sibi tibiam dextram”. Il sindaco di Casalmoro Giovanni Parisio nega però l’accaduto[19]. Chissà se Bertolino abbia ottenuto il risarcimento per intero tenendo conto che il valore del bovino era di sette ducati d’oro. Il 6 maggio del 1434[20] sono invece gli abitanti di Casalmoro a sostenere un’accusa nei confronti di Zanino di Bonorini e i suoi soci per aver ferito con una glavarina[21] al collo e all’omero Bonomo de Bonandi e per aver infierito sull’uomo fino a provocare la fuoriuscita di sangue. Zanino si difende asserendo che la notte in questione, all’”ora vigesima secunda”, si trovava a Barchi nella fornace di Simone Dati e di Francesco Zanoni e che la notte successiva aveva pernottato nel medesimo luogo in compagnia del fratello Giovanni, di Pasino Biondelli e di altri suoi amici. Girardo Bianchi non querela nessuno, vuole però ottenere da Francesco de Uberti detto Pilosio i due ducati d’oro che gli spettano come parte del bottino fatto in terra parmense da “quamplures gentes armigeras” agli ordini di Giovanni Gonzaga[22]. Non solo ai laici, ma anche al clero poteva accadere di doversi presentare al banco di giustizia. A Casalmoro[23] negli anni compresi tra il 1429 e il 1435 risultano risiedere almeno tre sacerdoti che per cause diverse sono chiamati a rispondere del loro operato oppure a difendere i propri interessi. L’11 giugno 1434 Bartolomeo de Zionibus di Casalmoro, il quale agisce in nome del comune e degli abitanti del paese medesimo, viene citato in giudizio davanti a Simone Dati, luogotenente del podestà di Asola Antonio de Gattego, con l’accusa di avere commesso un furto. Dall’abitazione attigua alla chiesa di Casalmoro, assegnata al sacerdote Martino, fratello di Pasino de Arcu arciprete della pieve, vengono rimossi dei paramenti “causa lavari et nitidari” i quali però non saranno poi riconsegnati al presbitero Martino, ma portati nella canonica attigua alla chiesa di cui è responsabile il sacerdote Biagio de Baratis di Montichiari. Bartolomeo si difende affermando di aver creduto che gli oggetti in questione spettassero di diritto alla chiesa. Uno di questi articoli misteriosi[24] viene restituito a Martino, ma gli altri rimangono presso l’abitazione di don Biagio. Per sedare una lite tra il suddetto Biagio de Baratis e Martino de Solaciis di Bergamo, ma abitante a Remedello, deve intervenire addirittura il vicario del vescovo di Brescia[25] Antonio di Donati di Firenze. L’arciprete della pieve, Pasino, non solo si trova ad affrontare problemi inerenti ai ”vaselli hiematici”[26] ma per non aver voluto obbedire a una missiva del vicario del vescovo di Brescia, attira l’attenzione di Francesco Gonzaga il quale scrive: ”El a fatto danny, don Pasino, lo quale dite vui non havvi voluto obedire le littere de lo vicario de lo reverendissimo messer lo episcopo de Bressa“ per questioni che si riferiscono a proprietà della chiesa ora spettante a Martino, il fratello del pievano. La soluzione migliore per concludere la questione sembra quella “de far proveder de uno beneficio” a favore di Pasino il quale dal canto suo ha promesso al suo signore “di meteghe più i piedi là”, questo sacerdote doveva essere proprio un bel piantagrane se l’unico modo di tacitarlo consisteva nel dargli una promozione! Anche i sacerdoti di Asola si presentano occasionalmente davanti al podestà come accade a Cristoforo da Campo, arciprete della pieve asolana, che è convocato a rendere testimonianza sulla morte e sul funerale di Antonio de Picenardis[27] e a rispondere dei beni spettanti a Guglielmo e Uguzone, figli del fu Bartolomeo di Dovara, che sotto la protezione del signore di Mantova aspirano a rientrare in possesso dei beni espropriati al padre durante la dominazione di Pandolfo Malatesta[28]. Il 31 gennaio 1429 Cristoforo è convocato davanti ai consoli per rendere conto del denaro proveniente dalla vendita di un casamento fatta a Giovanni Cazono di Canneto e da un terreno livellario di pertinenza della pieve, contante utilizzato –sembra- per migliorie apportate alla canonica e alla pieve stessa[29].
Oteletus Cattani di Casaloldo viene convocato dal massaro del comune Mascus de Ghibelli “facere ratione domino presbitero Christoforo da Campo da Cremona” riguardo alla “ciptazione“ della chiesa di santa Maria di Mariana[30].  Pochi mesi dopo l’arciprete della pieve ed il sacerdote Inverardo degli Inverardi denunciano Peterzolo de Leffe per aver costruito abusivamente un ponticello in località Bragida su terreno appartenente alla chiesa asolana[31]. Il 6 luglio 1434 Antonio Ferrari, agente a nome del comune di Asola, vieta a Giovanni Varoti di recarsi sui terreni -coltivati a miglio e posti “in contrada plebis sive Gazolo”- che ha ricevuto in affitto dall’arciprete Cristoforo da Cremona fino al momento in cui non provvederà a saldare il canone pattuito[32]. Cristoforo ed il nipote Basilio da Campo, residente in canonica, vengono chiamati in causa per dei “pignolati bianchi e azzurri” non consegnati e per i quali non hanno pagato il dazio[33]. Un’altra controversia vede coinvolti il sacerdote Bartolomeo de Amighetis e Guglielmo figlio di Bartolino de Alenis per un edificio posto in contrada del Lago e di pertinenza della chiesa di San Marco[34]
La maggior parte delle dispute si risolve pacificamente e non richiede il ricorso all’autorità centrale che solo raramente si intromette nelle varie questioni, come avviene invece nei casi che vedono coinvolti di Nicolino de Pignoli e Cressone. Nel primo caso, a  rendere edotto dell’accaduto il signore di Mantova è una missiva[35] che narra la vicenda accorsa ad gruppo di ragazzini. Giovanni Bellini, Francesco de Ardolis, Giovanni di Claranis, Antonio di Canneto, Giacomo figlio di Paolo di Milano e Nicolino de Pignoli si aggiravano di notte nel Borgo di Sopra, la cui custodia spettava ai Torresani[36], quando giunti nei pressi delle rovine della rocca  si misero a correre per sfuggire ad un cane, agli uomini di guardia e alla paura stessa. La notte era scura e Nicolino inciampò e cadde accidentalmente sulla punta di un “fachino” di ferro portato sul luogo da Giovanni Bellini. L’arma penetrò in profondità nella coscia del ragazzo provocando una grave emorragia e la morte del giovane. Le parole del marchese, nell’apprendere dell’evento, benché risolutive lasciano intendere che non fosse del tutto convinto dello svolgimento dei fatti; risponde infatti da Ghedi: ”Dilecte noster. Veduto lo caso fortuito e acaduto de quello putto che e morto per la ferita de la ponta de uno fachino che haviva uno altro putto …respondiamo che siemo contenti che non debi procedere in questo considerato lo caso non esser volontario et eciam poi che lo offeso ge perdona.”
Cressone “zudeo in Asola” aveva invece presentato direttamente le proprie lamentele a Francesco Gonzaga per i maltrattamenti che lui e i sui familiari subivano nella cittadina. Con una lettera il marchese chiede al suo rappresentante che si provveda prontamente a sistemare la questione, altrimenti “remagneremo mal contenti dei fatti tuoy”.[37] Antonio de Gatego interviene con un’ordinanza che vieta sia agli abitanti di Asola sia ai forestieri di scagliare pietre, polvere e immondizia contro Cressone, la sua famiglia, i suoi servi e i suoi ospiti, la sua casa[38]. Anche ad Asola, come accadeva altrove, gli ebrei erano perseguitati e spesso se i signori intervenivano per difenderli non era tanto per magnanimità nei loro confronti quanto per salvaguardare i propri interessi economici.
Gli esempi che ho portato per illustrare come doveva essere la vita ad Asola e nei paesi vicini nella prima metà del Quattrocento sono pochi, ma mi sembrano indicativi, il ricorrere alla giustizia non era un fatto insolito per la gente di allora, come non è strano rendersi conto che l’esistenza di queste persone non era piatta o scontata, ma vivace, attiva, a tratti turbolenta e qualche volta purtroppo anche pericolosa. La promessa in un destino migliore poteva sempre essere evocata in uno dei due edifici adiacenti, che senza farsi concorrenza si affacciavano sulla piazza asolana.  

 

 

[1] All’inizio del XVI secolo,per un breve periodo tornerà ai Gonzaga,rientrata nell’orbita veneziana vi rimarrà sino all’arrivo dei francesi.

[2] La riparazione delle rovine della chiesa di Sant’Andrea inizia nel 1408 (ACA, Archivio Storico , Sezione Registri . reg. n. 1  f.15 r , 20v, 36 v , “…pro reparatione ecclesie Sancti Andree…”pro reparatione roynorum…”) e prosegue fino al 1432 con la riparazione del tetto (Ibidem, reg. n. 2 f. 328 r :”Provvisio lignaminis necessario fiendi ad trabes armata pro reparatione tegiminis ecclesie Sancti Andree,facta per Stefanus de Gazoldo…”).

[3]La chiesa di Sant’Andrea, ricostruita per intero tra la fine del XV e l’inizio del XVI, secolo assimilerà i diritti e le prerogative dell’antica pieve e li porterà dentro le mura a contatto e alla portata della cittadinanza.

[4] “…ad bancum iurium communis Asule positus sub porticus domus platee communis Asule ubi iura per dictum comune reddunt…” ACA, Archivio Storico, Sezione Registri, reg. n. 2 .

[5] Nel 1434 , Ludovico Gonzaga invia dei pittori “per territorium illustri principis et excelsi domini patris mey”perché dipingano l’insegna marchinale della misura e nei colori appropriati nelle rocche e nei fortilizi del ducato .Ibidem, f. 258 v.

[6] “Factum fuit consilium per audendum dominum Antonium locutenentem domini et egregi viri Ambroxiis de Capris de Mediolano,Asulae capitaneus ac consules et consiliarius communis Asule et in eo deliberatum quod non sit aliqua persona de Asula nec non in ea habitantes quae audeat vel presumat laborare seu laborari facere in et super territorio Asule aliquo modo cum personis nec bovibus nec alio quovis modo in diebus festivis nec in festis apostolorum nec in feste Beate Marie Virginis nec eciam in aliis festis principalis sub pena soldorum decem planeti”.Ibidem, reg. n. 2 f 249 v. 

[7] Iohannes de Bozolo ,mistrales communis Asule,pubblice ed alta voce proclamavit super plathea communis Asule , ex parte et precepto domini potestatis Asule ,quae non sit aliqua persona de Asula nec in ea habitantes quae audeat vel presumat ludere ad taxillos nec ad carticellas nec aliqua ludit ubi concurrat denarii (Ibidem, f. 223 r).

[8] Ibidem, f. 51 v.

[9] Ibidem, f. 222 r.

[10] Ibidem, f 136 v.

[11] Ibidem, f. 24 v.

[12] Ibidem, f. 117v .

[13] Ibidem,f. 217 r.

[14] Ibidem,f.136 r : “Iohannes de Bozolo mistrals communis Asule …non sit aliqua persona de Asula vel se aut alinde terrigena vel forensis quae audeat vel presumat piscari vel piscari facere in flumine Clesis quantum tantum durat et tenet dictum gluminem Clesis super curte , territorio communis et hominum terre de Casalimauro squadre Asule, diocesis Brixie .Et hoc maxxime quia predictus comune et homines de Casalimauro affictaverunt et cesserunt ac locaverunt dictum fluminem Clesis ad piscandum eundem cremonesi nomine clerico de Turre Rupta cum pactis quod dictus conductor teneat et debeat tenere captatum et factum pedagium …”.

[15] Ibidem, 222v .

[16] Ibidem, f .30 r.

[17] Ibidem, f. 251 v-252 .

[18] Ibidem, f. 251 v. “ Ecce predictus Bertolotus per suam audaciam et temerarietatem cum uno stimullo quem in suis manibus tenebat , malo modo et ordine ac prefato modo percussit et vulneravit predictum puledrum”.

[19] Ibidem, f. 145 r .

[20] Ibidem , f. 248 v 249 .

[21] Forse una grossa tenaglia.

[22] ACA, Archivio Storico, se. Registri, Reg. n. 2 f. 42 v.

[23] Ibidem, f. 257 v.

[24] Ibidem, “ tres caranos de piella”. Su suggerimento di Andrea Lui si potrebbero identificare tali oggetti sconosciuti con delle tuniche o sopravesti in cuoio o pelle d’animale. E’ risaputo infatti  che nel periodo in questione venivano utilizzati, in particolare durante la stagione invernale, vestimenti simili nel corso di alcune cerimonie religiose. Il termine “caranos” sarebbe la storpiatura di “ cabanos o gabanos”,sopraveste appunto, utilizzato ,tra l’altro, nel nostro dialetto per indicare una giacca, un camiciotto o un mantello (gaban,gabana, gabanel).

[25] Ibidem, f. 277.

[26] Ibidem, f. 125 . I detti vaselli sono i vassoietti che vengono utilizzati sull’altare durante la celebrazione della messa.

[27] Ibidem, 139 v-140 r.

[28] Ibidem, 84 v ,160 r, 208r-209r ,194v-197r .I beni erano stati confiscati a Bartolomeo da Dovara e alla moglie Cossina Scutari al tempo di Pandolfo Malatesta e ceduti ad altri. Casi come questi sono molto frequenti durante quest’epoca e non sono poche le famiglie Asolane, fedeli all’una o all’altra delle fazioni, che ad ogni cambio di governo dovevano cercare di riottenere i propri averi. 

[29] Ibidem, 8v .

[30] Ibidem, 248 v.

[31] Ibidem, 43 r.

[32]  Ibidem 263 v.

[33] Ibidem, 23 v. E’ probabile che parlando di pignolati ci si riferisse alla coltivazione del lino.

[34] Ibidem, 291 r.

[35] Ibidem,f .44 r e v.

[36] I cittadini asolani non sono avevano l’obbligo di mantenere in buono stato strade e ponticelli, ma dovevano anche assolvere compiti di sorveglianza per mantenere la sicurezza sia all’interno della fortezza che sul territorio circostante, dove in luoghi prestabiliti stavano sempre di guardia alcune sentinelle (Vedi ad esempio ACA, Archivio Storico, Sezione Registri, reg. n. 1, f. 156 e seguenti, f. 245 r).  

[37] Ibidem, f. 260 r.

[38] Ibidem, idem. (…persona… quae audeat vel presumat jacere lapides, pulverem seu immundiciem aliquam contra personam Cressoni hebrey habitatoris dicte terre Asule aut alicuius famuli vel de famelia dicti Cressoni, familiaris,domestici seu eciam alicuius judey adventiciis vel forensis…). Altri riferimenti a Cressone ed a sua moglie Brunella  72 v -73 r,247 r, ecc.