Il segreto del nome

Da quando gli uomini hanno cominciato ad abbandonare la vita nomade e a stabilirsi in un luogo il rapporto con la natura è variato e le tracce del suo passaggio, leggibili sul territorio, sono diventate meno effimere. In Italia però è solo in epoca romana che il paesaggio inizia a mutare in maniera rilevante rispetto alle epoche precedenti durante le quali i cambiamenti operati dall’uomo non erano stati né radicali, né significativi e spesso neppure duraturi. La trasformazione non riguardava solo l’intensificazione e l’allargamento delle zone destinate alle colture agricole, ma anche la bonifica di zone paludose, la canalizzazione delle acque e il disboscamento che diventò rilevante soprattutto in epoca imperiale. Con il decadimento dell’impero iniziò un’inversione di tendenza che subì una notevole accelerazione con l’avvento dei barbari in Italia. La devastazione causata dal passaggio delle orde barbariche, le battaglie e una considerevole diminuzione della popolazione fecero sì che molti luoghi fossero abbandonati, i campi lasciati incolti e le opere costruite dall’uomo inutilizzate. La natura lasciata a sé stessa prese il sopravvento e la foresta selvaggia, la selva oscura prese dimora là dove prima la terra era destinata alla agricoltura. Con l’arrivo dei longobardi e poi dei franchi in Italia la situazione tornò lentamente a cambiare, si ricomincia disboscare, creare radure, coltivare e dove non arrivava l’autorità laica era quella ecclesiastica o per meglio dire, monastica a favorire l’addomesticamento della natura selvaggia. Dopo l’anno mille, l’innovazione di alcuni strumenti agricoli, la rotazione delle culture e l’aumento della popolazione facilitarono tale impresa, anche se l’intervento dell’uomo risultò marginale. Il susseguirsi di epidemie, le continue guerre tra città e città o il semplice passaggio di eserciti anche diretti altrove e la peste nera che decimando un terzo della popolazione europea spopolò le campagne fecero in modo che all’inizio del XIV secolo il territorio avesse un aspetto molto più simile a quello che aveva in epoca pre romana che non il contrario. Se è vero che ogni territorio conserva le tracce dei mutamenti geologici, degli interventi promossi dall’uomo e delle catastrofi che lo sconvolgono altrettanto vero che possibile trovare nei nomi che gli abitanti hanno dato a zone, strade, campi della propria terra la conferma degli stessi indizi che la terra mostra.

Il primo gennaio del 1411, il capitano di Asola Giovanni Magri[1], che agiva a nome di Pandolfo Malatesta signore di Bergamo e Brescia, emanò un decreto riguardante la riparazione e manutenzione delle strade dell’asolano. Secondo le direttive dell’ordinanza, entro il mese di marzo di ogni anno le strade dovevano essere tracciate e poste in assetto, i fossati dovevano venir scavati e i ponticelli, che avrebbero permesso di attraversarli, edificati. Questo incarico era affidato ai proprietari degli appezzamenti di terreno prospicenti le vie che attraversavano il territorio asolano. La prima ripartizione territoriale cui si fa riferimento è la squadra di Sopra, la zona a nord di Asola avente come direttrici principali i percorsi per Casalmoro e Carpenedolo. Tale sezione era attraversata dalla via di Runado che da Asola porta al confine con Casalmoro, dalla via della Lama e da quella di Pertegado. Altre strade che si incrociano in questa zona sono la via Nova, la Campagnola al di là della Fossa Magna, quella della Fossa, il viottolo che porta a Vilascho e la strada del Salvello. La seconda strada quella della Villa che si trova ad Ovest del Chiese e probabilmente identificabile con quella che porta alle Attilie, qui troviamo i toponimi più originali, compaiono infatti Villa, Oneta, Fornace Vecchia, Ovrinas, Opulos, Ponte del prete, Cereda, Pontironum, Spessa e Chonam, alcune di queste località sono al di là della Seriola Nuova e si intersecano con le vie che conducono a Volongo, a Fiesse, al Lavachiello e alle Seriole. Sempre ad est troviamo la strada del ponte del Chiese, quella per Braydis, quella della fossa parte extra, di Pontis Trabis e quella per Cacciabella. La successiva ripartizione comprende il territorio a sud di Asola, la squadra quella del Lago e la via principale quella di San Lorenzo che inizia dalle viti di Giovanni Marescotti e finisce alla Regona. L’ultima zona presa in considerazione quella ad est di Asola, quella di Portefore, che inizia dal Ponte del Prete e da Asola porta ad Oriente. Anche qui abbiamo strade e ponticelli come quello del Casalino, le vie sono denominate Olzis, Stratelate che porta ai Ronchi, Cassasete e Campagnola.
In questo elenco non compaiono molti toponimi che invece sono presenti in altri documenti coevi e l’attenzione del compilatore sembra concentrata sulla zona a nord e ad ovest di Asola, forse perché la parte posta a sud risultava più impraticabile ed era delimitata dai fiumi, ma quelli presenti comunicano l’immagine di una terra di acqua, campi lavorati a fatica dell’uomo, alberi e radure. Se a questi appellativi si uniscono quelli di alcune cascine e località sparse sui territori dei comuni di Asola e Acquanegra la visione si definisce e precisa. Troviamo infatti Breda e Ronchi, entrambi con l’analogo significato di terra disboscata e dissodata, di podere o radura coltivata, uno di origine romana, l’altro longobarda. Abbiamo poi Chonam, Gavardo, Lavachiello, Lama, Moglia e Seriola tutti termini legati all’acqua, sia sotto forma di canale o ruscello o di acqua stagnante. Altri come Cucco, Motta, Polesine e Regona, si riferiscono alla terra, agli argini o alle isolette alluvionali, ai quali si possono aggiungere, Cava, Quazzolo, Gera, Gerola. Cerese, Opulo e Oneta sono nomi di alberi, Bosco, Selva, Selvello, Spissa sono invece attinenti alla foresta mentre Cervera o Caccialupa si riferiscono agli animali che la popolano. Runado e Vilasco si riferiscono probabilmente a rovine di epoca romana e Rostizzone dovrebbe essere un recinto per animali e con gli uccelli sono ovvi i nessi di Colombare, Cicognara e Gazzuolo. Paradossalmente la località Bonincontri è situata in una delle zone più pericolose di questo territorio, frequentata da fiere selvatiche, malviventi e banditi.

 

 

 

Proviamo ad immaginare.

Dobbiamo figurarci una campagna molto diversa da quella che siamo abituati a vedere.

I campi erano meno estesi, le sponde dei canali irrigui erano arginate da alberi ed arbusti che non avevano un fine ornamentale quanto la funzione di impedire che franassero. Il dominio dell’acqua sia per difesa che per utilizzo è sempre stato fondamentale per l’uomo, tanto che l’economia dell’acqua era stabilita da contratti vincolanti e da norme severe. Le colture erano intervallate a zone paludose, acquitrini, paludi e canneti a boschi talvolta fitti, altre più radi e con minor estensione e a zone incolte. Il territorio Asolano presenta più varietà rispetto a quello di Acquanegra che risulta molto più umido e paludoso e a tratti insidioso, l‘area alberata si trovava a sud- est e i boschi dell’asolano proseguivano in quelli di Acquanegra, le zone più umide erano quelle situate ad ovest e nei pressi dei fiumi che nei secoli dovevano aver cambiato corso come è testimoniato da tanti toponimi relativi alla ghiaia.
Nei campi si coltivavano soprattutto cereali, grano, orzo, miglio, spelta, farro, avena, in alcune zone dove l’esposizione e la conformazione del terreno lo permettevano c’erano le vigne, un’altra coltura molto praticata era quella del lino (un’ordinanza del periodo gonzaghesco vietava l’utilizzo indiscriminato dell’acqua dei fossati per ammollare il lino)[2], gli ortaggi invece venivano coltivati nelle immediate vicinanze degli abitati e delle cascine, legumi, cavoli, rape e cipolle erano quelli preferiti, lo stesso accedeva per gli alberi da frutto, meli, ciliegi, noci, fichi, anche se alcuni esemplari crescevano allo stato selvatico un po’ dovunque. 
All’inizio del quattrocento è attestata anche la produzione di zafferano e probabilmente anche quella del cardamomo, due spezie preziose la cui coltivazione era seguita con interesse dai Gonzaga[3] e se i nomi effettivamente trasmettono un ricordo ( Saccole si riferisce ad un tipo di cardamomo selvatico mentre  con le pignole si può individuare il crocus sativus cioè lo zafferano vero), possiamo identificare la loro zona di coltura a nord est di Asola dove ancora oggi corre la strada Saccole-Pignole e non a caso questo è uno dei luoghi più elevati e meglio esposti di questo territorio abitato già nell’antichità dagli uomini delle terremare. Buona parte dei terreni agricoli era destinata alla produzione di fieno, alimento per gli animali da allevamento e combustibile per i mezzi di locomozione di allora. I boschi, le foreste, le selve che tanta parte avevano nell’immaginario medioevale presentavano una varietà di alberi maggiore rispetto a quella odierna, non solo pioppi e robinie, ma querce, olmi, faggi, ontani, lecci ed erano popolati da tanti animali, non solo lepri e volpi, ma faine, donnole, linci cinghiali, cervi e lupi, se all’inizio del quattrocento la presenza dei lupi era significativa, tanto che il comune di Asola era giunto a mettere una taglia sulla loro testa ed a compensare chi li uccideva, nel cinquecento, dopo un sterminio sistematico, era pressoché nulla. Anche i volatili erano molteplici e numerosi e non era raro vedere oltre alle cicogne anche gli uccelli da preda volare in cielo.
I boschi più vasti appartenevano in genere alla comunità che ne curava il mantenimento, venivano, infatti, periodicamente ripuliti perché gli arbusti non invadessero le strade che li attraversavano e una volta l’anno, quelli cedui erano tagliati per farne legna, parte della quale era data in dono ai conventi della zona. A partire dal XVI secolo le zone boschive inizieranno a diminuire gradualmente per poi scomparire mentre alcune zone paludose e incolte si conserveranno sino ai giorni nostri (Chiese morto). Tale riduzione non dipendeva solo dall’utilizzo della legna come combustibile per le abitazioni e per alimentare le fornaci, ma anche per il suo impiego in edilizia, infatti, in questo periodo furono innalzati tantissimi edifici sia da parte delle comunità, sia dalla chiesa che da privati. Solo ad Asola nel giro di un secolo si costruirono tre chiese, si rinnovarono i due conventi francescani e ne furono fondati altri due, quello delle clarisse e quello degli agostiniani e il legno non era adoperato tanto per le gli edifici che ormai erano quasi completamente in mattoni, ma per le impalcature che servivano alla costruzione.

La vita all’interno dei borghi, se non si tiene conto delle distruzioni operate dalle guerre, dalle faide delle fazioni rivali che qualche volta sfociavano in omicidio, delle carestie e delle pestilenze, scorreva serena, attiva e vivace. L’esistenza era scandita dl ritmo delle stagioni e dalle festività religiose talvolta accompagnate da fiere e feste paesane, i mercati periodici, l’arrivo di predicatori per la quaresima o di artisti che venivano da lontano portavano sempre qualche novità; all’interno delle mura c’erano medici, speziali, chirurghi, fornai, pittori,notai, tipografi, maestri di grammatica, scrittori, campanari, soldati, prestatori di cambio ed ogni attività veniva supervisionata da chi governava con molta cura e attenzione. Ad Asola, le proposte presentate al consiglio speciale transitavano in quello generale dove erano votate, si trattasse di costruire una chiesa o assumere un campanaro. Quello che avveniva al di fuori dei paesi era in qualche modo remoto, tanto che si assimilavano gli abitanti del territorio con i forestieri, non tanto perché stranieri, ma perché abitavano nei boschi. Per chi alloggiava all’interno delle mura, chi abitava fuori era quasi alieno ed è emblematico che ancora nel XX secolo, quando ormai i mezzi di trasporto e comunicazione avevano accorciato le distanze e livellato le diversità si continuassero ad usare termini legati ad un passato remoto tanto che per indicare una persona che viveva nelle propaggini più lontane del territorio si diceva “che dimorava alle foreste” o che “viveva nelle perse”. Per chi risiedeva nelle campagne, la vita era diversa, non solo perché era dura e condizionata dal legame con la terra, che dava molto, ma chiedeva tantissimo in cambio sia in termini di fatica che di salute, ma anche perché chi viveva nelle campagne, si trovava a vivere in un limbo d’isolamento e accessibilità. L’accessibilità era resa possibile dalle strade e dalla loro manutenzione, dagli sporadici contatti con chi era altrove, l’isolamento era causato non solo dalla natura del luogo, ma dalla stessa esistenza. Analfabetismo, mancanza d’igiene, malattie endemiche si univano a un isolamento di tipo culturale sociale e religioso. Poteva accadere che, nei luoghi, dove le chiesette o le cappelle non erano curate, i bambini nascessero e morissero senza essere battezzati, che i matrimoni di fatto fossero convalidati solo al passaggio del sacerdote che periodicamente visitava una certa zona, e questo avveniva soprattutto d’inverno, quando neve, nebbia e gelo rendevano difficile viaggiare. A volte chi abitava in campagna si recava a messa solo per Pasqua e le visite al paese più vicino avvenivano di solito in occasione delle fiere. I contatti erano limitati a un numero ristretto di persone, le superstizioni e certe usanze ancestrali perduravano nonostante il cristianesimo fosse diffuso e accettato come fede ufficiale. Molte cose cambieranno dopo il Concilio di Trento ma certe abitudini radicate da secoli perdureranno per tanto tempo ancora. I mutamenti nella storia sono lenti, a volte fanno accelerazioni o soste impreviste, quando avvengono, non sono il frutto di una decisione improvvisa, ma l’adeguamento a correnti sotterranee che si sono intrecciate nel tempo, però alle soglie dell’età moderna quel mutamento significativo che riguardava sia la vita delle persone, sia il paesaggio era già iniziato e prosegue ancora.

 

 

Bibliografia essenziale:

  1. Gnaga, Vocabolario topografico toponomastico della provincia di Brescia, Brescia 1937

Dizionario di toponomastica: storia e significato dei nomi geografici italiani / (a cura di Giuliano Gasca Queirazza), Torino 1990

  1. Pratesi, Storia della natura d’Italia, Catanzaro 2001

Olivieri, Dante, Dizionario di toponomastica lombarda nomi di comuni, frazioni, casali, monti, corsi d’acqua…, Milano 1961

Sereni, Emilio, Storia del paesaggio agrario italiano, Roma 1976

[1] ACA, Archivio Storico, sez. Registri, registro 1.

[2] ACA, Archivio Storico, sez. Registri, registro 2

[3] Ibidem