Il destino di un eroe

 

Storia di una famiglia asolana tra il XV e il XVI secolo

 

Tra la fine del secolo XV e l’inizio del XVI quando nel resto dell’Europa andavano [1]consolidandosi gli stati nazionali, l’Italia era caratterizzata da un particolarismo e da un frazionamento politico che ne avrebbe ritardato l’unificazione per molti secoli ancora. La mancanza di unità e di un forte potere centrale rendeva impossibile anche la nascita di un esercito che potesse agire in maniera organica alle aggressioni degli stati più forti anche perché i vari poteri che agivano in Italia finivano spesso con lo scontrarsi tra di loro in un’alternanza di alleanze e ostilità che variavano nel tempo col cambiare delle necessità. In tale contesto politico si rendeva allora necessario ricorrere alle milizie mercenarie che offrivano il loro supporto a chi ne necessitava dietro un compenso pecuniario, ma se i soldati e i fanti appartenevano alle più svariate categorie sociali, lo stesso discorso non vale per chi li comandava, perché i condottieri, i capitani di ventura, provenivano in genere dalla nobiltà e cercavano in questo lavoro non solo un’opportunità per migliorare il proprio status sociale, ma anche un’occasione per arricchirsi, per emergere e guadagnare una certa libertà e un riscatto politico.

 

Anche ad Asola, in questo periodo si assiste a una trasformazione che coinvolgerà i vari aspetti della vita politica e sociale della città. Proiettata nel tumulto che contraddistingue l’Italia, dove guerre, assedi e battaglie avranno come conseguenza il susseguirsi da varie e diverse dominazioni, Asola sarà costretta a un’evoluzione che interesserà non solo la sua vita politica e amministrativa, ma anche l’ambito sociale.
Le antiche famiglie dei nobili e dei notabili, che da secoli cercavano di mantenere la propria supremazia su quel lembo di territorio caratterizzato dal fatto di rappresentare una zona di confine che vedeva aumentare progressivamente la propria importanza strategica e militare, per salvaguardare la propria autonomia ed estendere nel contempo la propria influenza dovranno non solo adattarsi ai cambiamenti, ma diventarne parte attiva. Sarà questo un periodo duro e difficile, di lotte interne, di alleanze e vendette e nella fortezza, diventata baluardo di potenze avverse e contrastanti, si rifletteranno, anche se su scala minore, gli avvenimenti che segneranno l’ambito nazionale. Le famiglie aristocratiche legate a questa terra saranno accomunate da un destino analogo che le vedrà combattere per salvaguardare i propri privilegi, per accrescere la propria autorità, a volte per preservare la vita. ùNel 1516, l’imperatore Massimiliano era sceso in Italia sia per consolidare il proprio potere sui territori un tempo soggetti a Venezia sia per scacciare i francesi che avevano occupato Milano, si trovò a dover decidere se proseguire la propria marcia verso il capoluogo o assediare Asola, optò, dopo aver inviato e aver per due volte ricevuto risposta negativa alla richiesta della resa, per l’assedio, forse per non lasciarsi alle spalle un potenziale pericolo per il proprio esercito. All’alba del 16 marzo iniziò il bombardamento della fortezza e gli asolani, ben motivati, comandati e diretti, resistettero al punto che l’imperatore decise di andarsene proprio nel giorno di San Giuseppe. Se gli asolani si comportarono in maniera valorosa, se il provveditore, per quanto giovane e ancora inesperto si dimostrò irreprensibile, fu Riccino Daina a essere guardato come un eroe, non solo per il coraggio e per la strenua difesa della fortezza con le armi, ma per la capacità ed anche la lungimiranza con cui incitò i propri concittadini a non arrendersi. Di lui si è detto molto, ma tante delle notizie che lo riguardano sono inesatte e incomplete, per secoli ad esempio, gli è stata attribuita una madre che non era la sua, un nome che non gli apparteneva, dei fratelli che erano dei nipoti. Rizino Dayna[2], doveva essere nato tra il 1470 e il 1480[3] figlio di Daniele Daina del fu Gallasio aveva iniziato ad affermarsi nella vita pubblica e a distinguersi in quella militare già prima della fine del XV secolo, non conosciamo il nome di sua madre, anche se potrebbe essere stata un’esponente della famiglia Roccio[4].

All’inizio del XV secolo, la famiglia Daina, dopo esser stata costretta ad andarsene per questioni politiche era tornata in terra asolana e aveva iniziato sia a estendere i propri domini che a consolidare la propria importanza e il proprio prestigio all’interno della comunità. Il primo nome che si incontra nei libri di Provvisione del comune di Asola è quello di Luchino [5] citato, anche se già defunto, in un documento del 1408, in merito all’alienazione di beni. Non sappiamo quale sia il suo legame o quello del figlio Bartolomeo[6]  con Cabrino[7], del quale poteva essere fratello o padre, ma da questa data i vari membri della famiglia Daina cominciano a comparire sempre più spesso nei registri comunali; Bertone, detto anche Antoniolo e Gallasio I, figli di Cabrino I sono menzionati in varie occasioni. La loro presenza in un primo tempo appare quasi estranea alla vita amministrativa del comune, sono rammentati in merito alla manutenzione delle strade, per liti familiari, per la vendita di pezze di lana e per la cattura di lupi; in seguito la loro importanza sembra aumentare, avanzano, infatti, richiesta al comune per rientrare in possesso dei beni che erano stati sequestrati al padre [8], diventano fornitori della comunità per balestre e frecce, sono nominati arbitri in controversie giuridiche [9]  o incantatori dei dazi; nel 1429 Antoniolo vicario a Rodengo invia una missiva alle autorità cittadine attinente a un caso di peste, e verso la fine del XV entrano di diritto nel del Consiglio Comunale[10]. Provenienti, in quell’occasione, da Rivarolo, hanno diverse proprietà in località Saraxino e altri beni in varie zone del territorio asolano. Bertone chiamerà uno dei figli Cabrino come il padre, dei figli di Gallasio se ne conoscono due, Deffendente e Daniele I[11].  Le fonti storiche tradizionali ci tramandano solo un esiguo numero dei rappresentanti di questa famiglia presenti, in questo scorcio di secolo, sulla scena asolana, mentre il loro elenco è notevole[12]. Si distinguono almeno quattro ramificazioni che dal lontano 1382 si propagano nel corso del tempo. Da una parte ci saranno i discendenti di Bartolomeo, figlio di Luchino, accanto a questi i figli di Cabrino II e poi i due grossi rami costituiti dai discendenti di Gallasio I. Da Deffendente a Gallasio II, Ludovico, Roberto, Gallasio III, Ludovico II e così via, da Daniele I ai suoi figli e ai nipoti, in particolare i successori di Paolo e di Pietro; sarà uno di questi un altro Daniele a essere creduto per molto tempo il padre di Rizino[13]. Nel XVI secolo il rafforzamento dell’autorità e della notorietà della famiglia e il conseguimento di un prestigio sociale maggiore andranno di pari passo. I Daina si distingueranno, infatti, non solo come “gentiluomini, ma anche come “uomini d’arme. Sia Gallasio, il figlio Daniele e il nipote Rizino emergeranno in questo campo portando onore e lustro alla famiglia. L’edificazione del bellissimo palazzo Dayna [14], distrutto negli anni settanta sulla spinta del rimodernamento a tutti i costi, risale a questo scorcio di tempo, l’assegnazione di una dote generosa alla cappella di San Rocco da una parte e l’interessamento alla vita politica non solo locale, ma su scala generale sono il risultato di un’attenta valutazione delle possibilità offerte, a una famiglia in ascesa, in quel periodo dalla storia italiana. Daniele, figura contraddittoria e complessa, riuscirà a mantenere integra l’egemonia della propria famiglia operando con equilibrio e lungimiranza nella complessità delle vicende dell’epoca. Le scelte compiute dai figli che non gli sono inferiori in risolutezza riflettono la medesima capacità di assecondare la sorte e il tentativo di condizionarla. Daniele a detta del Mangini era sempre stato ostile a Mantova, ai Gonzaga, si era trovato a difendere Asola in più occorrenze, era stato imprigionato e tutte le volte che la città passava sotto il dominio mantovano, perdeva i suoi averi. Daniele nel suo testamento [15], redatto nel 1513 nella sua abitazione mantovana posta in contrada Monte Negro, dividerà i suoi beni in quattro parti, destinate ai figli Pietro, Giacomo, Ricino e ai nipoti Io. Battista ed Io. Maria, figli di Giovanni Paolo. L’esaudimento delle sue ultime volontà sarà però vincolato a una condizione: il figlio Ricino potrà ricevere la sua quota di eredità solo se si riappacificherà con il marchese di Mantova. Non è possibile stabilire se questo desiderio nascesse da un calcolo per garantire il futuro dei suoi eredi o da un reale mutamento della propria fedeltà poiché i Daina continueranno a muoversi in ambienti diversi e a prosperare. che morirà l’anno successivo[16]. Si può presumere che Ricino non acconsenta al volere del padre, che morirà l’anno successivo, però in un atto del 1531 si fa riferimento ai certi beni di Ricino che sarebbero pervenuti al nipote Io. Maria e tale fatto induce a formulare l’ipotesi che parte delle sue proprietà sia stata assorbita dall’asse ereditario invece di pervenire ai figli[17]. Nel 1515 il nipote Io. Battista trovandosi in pericolo di vita, redige un testamento con il quale nomina erede il fratello Io. Maria stabilendo le stesse condizioni già suggerite dallo zio: se il fratello si sottrarrà ad una riconciliazione con il marchese di Mantova i beni saranno destinati agli zii Giacomo e Pietro. 

Nel testamento, con il quale Daniele chiede di essere sepolto nel convento di san Francesco ad Asola, ci sono tantissimi legati, sono fatti dei lasciti ai conventi di San Francesco e di Santa Chiara e si provvede generosamente alla dotazione della cappella di giuspatronato della famiglia. I libri acquistati dal padre per i figli Giacomo e Deffendente sono riservati allo stesso Giacomo e a nipote Alessandro, figlio di Pietro. Curiosamente non vi è nel testo nessun cenno a figlie, vi è però un riferimento a Julia, “ancilla fidelissima” che deve essere trattata dai propri figli alla stregua di una sorella. Se il figlio Giacomo sarà ben accolto dalla corte dei Gonzaga per i quali scriverà una genealogia della famiglia e ricoprì il ruolo di notaio camerale, Rizino invece seguirà le orme paterne, il suo mestiere sarà la guerra. Pur venendo spesso eletto come rappresentante del consiglio cittadino, le sue vicende lo porteranno lontano da Asola, non solo parteciperà alla battaglia di Agnadello, ma spesso sarà chiamato con i suoi uomini alla difesa o all’assedio di città lombarde e venete, infatti, la sua professione lo porterà a militare su fronti diversi, sarà agli ordini di Bartolomeo d’Aviano, di Carlo e Nicolò Orsini, ma anche di Teodoro da Trivulzio. A parte rare occasioni il nemico sarà sempre “l’impero”, quello che si troverà a fronteggiare anche nel 1516[18] per difendere la sua città. Dal ritratto che è tramandato ai posteri, non si percepisce l’energia che doveva animarlo, ma solo una pacata compostezza. Qualcuno lo ha definito animoso perché in più occasioni sembra sia stato coinvolto in risse anche se non è ben chiaro lo svolgimento dei fatti, e i deputati di Asola che scrivono a Venezia in difesa sua e del fratello Pietro “ honorevoli cittadini” sono certi che il loro intervento sia stato motivato dalla volontà di difendere il malcapitato[19]. Sposato a Elisabeth de Vico [20], di lui si ricordano con certezza i figli, Gio.Francesco[21] e Deffendens e i nipoti, Curzio, Clara Maria e Doraide [22]. Rizino fu assassinato, forse da un rappresentante della famiglia Turchi, nel novembre del 1522, si presume che i mandanti fossero i Gonzaga e pare che un suo parente fosse implicato nella congiura; a portare in consiglio la notizia di questo “ atroce homicidio” fu il nipote Gian Battista[23]. Altri Daina seguiranno[24] le sue orme, ma lui fu l’unico a essere nominato “cavaliere aurato” e a essere lodato pubblicamente da Francesco Contarini e per l’eroismo e l’abnegazione dimostrati durante l’assedio di Asola ricevette da Venezia la condotta di 50 uomini. Diversi rappresentanti di questa famiglia occuperanno importanti cariche, spesso eletti ambasciatori o “nunzi” saranno deputati a perorare la causa asolana. Alcuni come Ferrante,  saranno uomini di legge, altri si accontenteranno di esercitare le loro prerogative all’interno del consiglio cittadino, del resto il seicento era alle porte e una vita diversa sembrava attenderli ; il clamore dei primi anni del secolo pareva essersi quietato ed Asola ormai da tempo sottoposta alla tutela veneziana si apprestava a vivere un periodo d’inattività considerando che la sua importanza strategica si  riduceva gradualmente con il tempo e con l’affermarsi di un nuovo modo di fare la guerra. I Daina avevano beni sia nel cremonese sia nel mantovano, la maggior parte di loro risiedeva ad Asola, alcuni in campagna, ai Sarasini e in altre dimore disseminate tra quel luogo via Pieve Candelora e Castelnuovo, altri “contrada Sant’Erasmo” nel “Borgo de Supra”[25] o nelle immediate adiacenze; avevano però delle residenze cittadine, anche a Mantova ed è probabile che parte della famiglia abbia lasciato Asola proprio in questo periodo[26]. Come tante altre famiglie nobili anche questa diede qualche suo membro alla chiesa; curiosamente i nomi sono scarsi, Io. Giacomo, l’uomo di corte e committente degli affreschi della cappella Daina, Bertone [27] canonico della cattedrale di Asola e Maddalena, badessa nel convento delle clarisse nel 1560[28]. Non è dato per il momento sapere se altri avessero seguito questa strada, sembra quasi però che l’interesse dei Daina fosse proiettato altrove. La politica matrimoniale dei Daina riflette la loro intenzione di confermare e consolidare il loro potere sul territorio, ma anche un desiderio di avanzamento e riconoscimento sociale. Stretti vincoli di parentela vengono, infatti, allacciati con le principali famiglie del luogo; le dispute tra le fazioni avverse, che con incursioni, saccheggi e omicidi avevano tormentato per anni la vita pubblica asolana, avevano avuto come conseguenza che il mantenere salde le relazioni con i propri alleati divenisse una necessità vitale. Legami di questo tipo vengono stabiliti con i Dati, i Boccalini, i Beffa Negrini, I Tiraboschi.  Tali rapporti sono coltivati sia nelle zone soggette all’influenza veneziana che a quella milanese. Helisabeth, sposa di Ricino Daina era veronese, Tresor vedova di Onnibono Brazzatelli cremonese[29], Marta Venturini Composta bresciana[30], Marina de la Zucha, veneziana, Ludovica, sorella di Grandilia, era stata data in sposa al cremonese Giacomo de Modiis[31], Curzio del fu Cabrino era coniugato con Francesca de Comitibus padovana[32],un’altra Francesca, la figlia di Daniele era promessa a Luigi Masserotti, di origini cremonesi, ma abitante a Sabbioneta[33].

Non tutti i componenti della famiglia Daina avevano però la possibilità di contrarre matrimoni così vantaggiosi da un punto di vista politico, forse perché non tutti i rami della famiglia avevano la stessa notorietà, risultano così anche unioni con appartenenti ad un ceto meno elevato come possidenti,  artigiani,  artisti; ad esempio Cornelio e Porfirio due dei tanti figli  di Battista Daina detto Ioannello si uniranno in matrimonio rispettivamente a Graziosa de Mariana e a Margherita figlia del pittore Stefano de Fideli[34]. Di molte delle figure femminili che orbitarono intorno alla famiglia Daina non è rimasta traccia, neppure un nome, di altre si conoscono alcune vicende di solito di carattere prettamente matrimoniale. Possiamo dividere queste donne in due categorie, quelle nate con il patronimico Daina e quelle che l’hanno acquisito tramite matrimonio. Quelle che unendosi a una famiglia notabile hanno in un certo senso perso la traccia delle loro origini o del loro lignaggio e quelle che invece l’hanno conservato gelosamente. Il matrimonio in quest’epoca era un fatto strettamente politico ed economico, i figli e le figlie erano i pezzi che si mettevano nel gioco per creare alleanze, per accrescere la propria importanza sociale, per favorire l’incremento di un patrimonio, per sanare discordie. Quanti nomi vengono alla memoria, Affra, Alda, Claudia, Francesca, Lucrezia, Ludovica, Marta, Maria[35]. Affra Daina figlia di Pietro[36], moglie di Matteo de Salis, Alda [37],sposa prima di Manolo Boccalini e poi da Geronimo Gritti dal quale si separerà con il consenso del vescovo di Brescia; Francesca consorte di Pietro Daina, oppure Francesca figlia di Daniele II Daina e moglie di Luigi Masserotti di Sabbioneta[38], o ancora un’altra Francesca cioè la moglie del figlio di Ricino Daina o l’ultima la moglie di Curzio del fu Cabrino[39]. Due figure rappresentative potrebbero essere considerate Claudia Tirabosci e Grandillia Daina. Della prima abbiamo in allegato al contratto di matrimonio l’elenco dei beni dotali personali che comprendono abiti con guarnizioni in oro e argento, colli guarniti di cristalli, parure di gioielli che evocano l’immagine di ricevimenti sontuosi, di un’eleganza raffinata anche qui in provincia. Claudia diventava Daina con un secondo matrimonio sposando Giovanni Paolo del fu Giovanni Maria, uno dei pronipoti di Daniele I. Gandilia, figlia di Ludovico Daina e Tresor era moglie di Lorenzo Guerra, ma al momento della morte riacquista il proprio nome come si può vedere nella Cattedrale di Asola di fianco all’altare oggi dedicato a Santa Lucia[40]. Non così è invece per altre figure che neppure la morte riconosce per nome, nella Cappella Daina sempre in cattedrale troviamo delle date senza nome, una di queste è accompagnata da una frase che nella sua concisione ci trasmette una sensazione di abbandono e di tristezza: morta già fui e terra a me fu madre.
Al lato opposto dell’altare, Rizzino combatte per liberare Asola dall’assedio, di lui rimangono non solo questo affresco sciupato e una via senza storia ma anche la consapevolezza che quest’uomo fosse in primo luogo un guerriero, una persona che svolgeva bene la propria mansione, capace, coraggiosa tenace, volitiva e fantasiosa ma fatta di carne e sangue e non solo di gloria; tuttavia ritengo che gli asolani che nel 1516 gli combatterono accanto, non sarebbero dello stesso parere.

                                                                                                                                                                                                                                           

[1]

[2] Rizino, Ricino, anche Riccino, ma non Francesco visto che con tale nome non compare mai in nessun atto, in nessun documento, in nessun riferimento fatto a lui nel periodo in cui era vivente, neppure nelle lettere firmate con il proprio nome.

[3] Può essere nato sicuramente prima di questa data, ma non in un periodo successivo perché nei primi anni del XVI secolo lo troviamo già adulto, spesso fa parte del consiglio del comune ed inoltre sembra che in quel tempo fosse già un uomo d’arme al servizio della Repubblica di Venezia, nel 1509 con i suoi balestrieri partecipa alla difesa di Crema.

[4] Non sono molte le iscrizioni tombali rimaste integre nella parte inferiore della cappella Daina però di solito, oltre alla mancanza del nome hanno in comune il fatto di esibire gli emblemi delle famiglie da cui discende il defunto.

La tomba posta sotto l’affresco di Asola assediata riporta gli stemmi delle famiglie Daina e Rocci.

 

[5] A.C.A., Archivio Storico, sez. Registri, reg. n. 1, f. 29.

[6] Ibidem, reg. n.2, f. 198.

[7] Cabrino I già defunto nel 1429 (A.C.A., reg.n.2 f. 34v) compare come testimone di un atto del 1382 (ASBS, Fondo notarile).

[8] Ibidem, Reg. n.2, f. 34 e 283 v

[9] Ibidem, reg. n.1, f. 55, 161v, 169r, 172r, 190,235v. 

[10] Ibidem, Stralcio provvisioni.

[11] A.C.A., Sezione Storica, Pergamene, perg. n. 6.

[12] Non è questo il luogo per ricostruire la genealogia dei Daina tra il XV e il XVI secolo, basti dire che sono veramente tanti e che molti portano gli stessi nomi e solo un minuzioso lavoro ha permesso di distinguere l’uno dall’altro.

[13] Di Daniele si ricordano i quattro figli maschi Io. Paolo, Io. Pietro. Rizino e Io. Giacomo., aveva generato anche un figlio di nome Deffendente che però gli era premorto e non doveva aver avuto prole.

Daniele II era figlio di Pietro. Pietro si era sposato due volte, prima con Affra e poi con Francesca e aveva avuto quattro figli, Io. Alessandro (probabilmente dalla prima moglie), Daniele, Io. Geronimo e Affra.

I riferimenti che lo riguardano partono dal 1489 quando è nominato consigliere (APA, Stralcio Provvisioni) Nel 1533, la vedova Francesca vende a nome del figlio Daniele e del minore Io. Geronimo i diritti dell’acqua Seriola (Ibidem, Atti fam. Daina). Daniele II vivente negli anni1533-1571 è marito di Marina de La Zucha figlia del nobile veneziano Francesco de La Zucha detto Rotta che aveva ereditato tutti i beni del fratello (ACA, Fondo Pergamene, perg. 52.). I coniugi genereranno almeno quattro figli, Alessandro, Pietro II, Danimars e Francesca. In un documento del 1571 Alessandro, erede del fratello Pietro dichiara di essere maggiorenne e avere più di 25 anni mentre il fratello Danimars è ancora minorenne (ASMN, not. Tommaso Turco, doc. 210). Nel periodo compreso tra il 1570 e il 1573 un carteggio del notaio Carlo Turco (ASMN, Archivio Notarile) riguarda la dote di Francesca, sposa di Luigi Masserotti, cittadino cremonese, ma abitante a Sabbioneta. 

[14] ASMN, Fondo Notarile, not. Montanari Girolamo, in un atto del 1516 si fa un riferimento alla nuova abitazione fatta edificare da Daniele Daina in contrada della piazza.

[15]ACA, Archivio Storico, Pergamene, perg.n.25

[16] ASMN, Fondo notarile, Notaio Cristoforo Ravani. In questi atti del 1513-14 nei quali Giacomo, risiedente a Mantova e definito “in iure canonico” e “decretun doctore”, si occupa della chiesa di San Giusto posta a “Coste Ripe Olii” in diocesi cremonese, si ravvisa che Daniele, ancora vivo il 27 agosto 1513 è ormai deceduto il 9 novembre 1514.

[17] ACA, Archivio Storico, Pergamene, perg.38).

[18] APA, b.21 9\2 e b. 26 4\1, Ricino in questo periodo è incaricato di mantenere i contatti tra la città e il campo di battaglia, alcuni messaggi autografi dimostrano il suo impegno e coraggio.

[19] A.P.A. busta n.

[20] Ibidem, not. Tommaso Turco-1513- Procura di Helisabeth de Vico, moglie di Ricino Daina. 

[21] Nel marzo del 1533, un certo Io. Francesco assale in compagnia dei figli e di altri armigeri, i rettori della comunità alloggiati nell’abitazione di Francesco Beffa. Gli aggressori riescono a incendiare l’abitazione e a provocare altri ingenti danni, Francesco verrà in seguito catturato e condotto in carcere a Brescia, i figli banditi e i compagni si daranno alla fuga (ACA, Archivio Storico, reg. n.5, f.35 r e v). Nel 1532 un altro, o forse lo stesso, Francesco Daina viene catturato nella piazza antistante alla chiesa, a causa di questo fatto la collegiata aveva rischiato l’interdizione, per fortuna scongiurata (Ibidem, reg. 46 f .50).

In questo periodo vivono ad Asola molti Daina di nome Francesco, un figlio di Io. Francesco, uno di Cabrino, uno di Bertolino e l’ultimo, detto anche Chichino era il figlio di Rizino; quale tra questi abbia compiuto questo “atrocissimo fatto”, è per ora un mistero.

[22] ASMN, Archivio Notarile, not. Mathias Galleanus. Nel testamento di Francesco del 1573 viene nominata l’amatissima moglie Francesca.

[23] A.P.A., Reg. Provvisioni

[24] Anche il nipote Daniele, il figlio di Pietro viene in genere definito “magnifico cavaliere”, termine con il quale viene spesso indicato Ricino.

[25] Ricino aveva un’abitazione nella parte alta di Asola, precisamente “in quadra superiori, proprie Camminata”. Nel 1522 in questa casa è presentato il medico Giacomo Franzoni, aiutante di Io. Maria Bovesius (APA, Registro provvisioni)

[26] Nel 1571 Daniele II e il figlio Alessandro risiedono “il loco Voltini disstrictus Cremonae” (ASMN, Archivio Notarile, not. Carlo Turco)

[27] Bertone, canonico nella cattedrale di Asola era figlio di Dainino e Lucrezia (ACA, Sez. Registri, reg. 64 f. 133 v. Notizie su questo interessante personaggio e sul suo ruolo si possono trovare in: C.Bertuzzi, I rapporti sociali e culturali tra clero e laicato nella comunità di Asola durante la visita pastorale del 1556 in “I secoli delle Confraternite”, Asola 2002 e A. Lui, La visita pastorale ad Asola nel 1551 in Brixia Sacra” Brescia 2003.

[28] ASMN, Archivio Notarile, not. Pederzoli

[29] ACA, Archivio Storico, Pergamene, perg. 35.

[30]  Marta negli anni 1541-42 risulta sposata a Gio. Francesco fu Cabrino (ASMN, Archivio notarile, not. Turco)

[31] ACA, Archivio Storico, Pergamene, perg 66

[32] ASMN, Archivio Notarile, not. Marescotti Comino.

[33] Ibidem, not. Carlo Turco, atti riguardanti la dote di Francesca negli anni 1570-1573.

[34] Ibidem, not. Carlo Turco e APA, b. 39.

[35]  Maria era moglie di Gio.Paolo madre di G. Maria e G. Battista i nipoti di Daniele (test.cit), Saura moglie di G. Francesco Daina, madre di Lucrezia e Giulio (ASMN, Archivio Notarile, not. Turco).

[36]  Pietro Daina, fu Daniele, fratello di Rizino, sposa in prime nozze Affra ed in seconde Francesca, vivente sicuramente fra il 1489 e il 1515, risulta già defunto nel 1533.

[37] Alda, figlia di Roberto (fu Ludovico, fu Gallasio II, fu Gallasio I, fu Cabrino) e di Paola.

[38]  ASMN, Archivio Notarile not. Carlo Turco, atti riguardanti la dote di Francesca negli anni 1570-1573.

[39] Ibidem, not. Marescotti Comino.

[40]  Accanto a quest’affresco ne compare un altro riportante la sola data e se nel primo si individuano chiaramente le insegne dei Daina e dei Dati, nel secondo il tempo ha offuscato l’altro stemma; l’iscrizione tombale dedicata a Grandilia in parte coperta dall’altare lascia però vedere le parole “Quae fuit ingenuae tum…Grandiliae notis filia “.