I Pia Loca

L’Italia centrosettentrionale tra la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna si configura in modo diverso rispetto al resto dell’Europa per il rapporto particolare esistente tra società urbana e chiesa cittadina[1].
La relazione tra società laica ed ecclesiastica è maturata e si è evoluta nel corso dei secoli partendo dal sistema originario con cui il cristianesimo si è diffuso in Italia, prediligendo le preesistenti città romane per originare centri di potere spirituale. I municipia diventavano così vescovati, ma l’autorità religiosa invece di soppiantare quella laica diventava parte di un binomio che avrebbe operato per i secoli a venire.
Tali vincoli erano caratterizzati anche da un interscambio che si alimentava, a fasi alterne, dai punti di forza delle due categorie che spingevano ora l’una, ora l’altra a rimodellarsi e ad evolversi assecondando i bisogni dell’intera società.
Mentre nel resto dell’Europa il clero si presentava come un corpo estraneo alla realtà cittadina in Italia si ebbe un’integrazione tra i ceti dirigenti del comune e quelli ecclesiastici e nonostante i contrasti, a volte anche violenti, che nascevano per questioni di giurisdizione, di fisco, proprietà, disciplina e decime, si stringevano dei forti legami.
Del resto la natura stessa delle città italiana dove i confini tra le proprietà laiche e quelle della chiesa non erano evidenziati da limiti visibili e invalicabili, dove gli edifici si stringevano gli uni agli altri senza essere intervallati da zone di tolleranza, come avveniva altrove, favoriva questo stato di cose.
Inoltre era proprio dal ceto cittadino che provenivano molti dei chierici preposti alle istituzioni urbane, grazie sia ad un certo controllo che le gerarchie politiche detenevano sulla provvista beneficiaria sia per gli svariati contatti di natura economica che legavano i due settori così accadeva che al di là delle divergenze vi fosse sia un comune modo di sentire che di operare, un’osmosi[2] che portava a far coincidere i valori d’ispirazione religiosa e quelli d’ispirazione civile o laica.
Molteplici erano i rapporti che il laicato stringeva anche con altri settori della vita religiosa come conventi e monasteri, ma forse l’esemplificazione di questa comunanza di pensiero la possiamo ravvisare nei pia loca.
Ospedali, confraternite, monti di pietà pur essendo istituzioni laiche esprimono tacitamente leesigenze della società in cui sono nate e cercano di realizzare concretamente nel reale istanze ideali di carità e misericordia.
Sorte, prendendo a modello le associazioni delle arti e dei mestieri, intitolate ad un santo o all’espressione di un particolare culto, esercitavano determinate pratiche devote e ascetiche e si dedicavano ai poveri, agli ammalati e a i moribondi.
In un primo tempo il loro soccorso non si estendeva oltre i limiti della confraternita solo in seguito questa eserciterà la propria opera caritatevole all’esterno, dedicandosi ai moribondi, ai condannati, alla nubende, riservando una cura particolare a propiziare una buona morte e garantire degne esequie[3].
Pur prendendo ispirazione dai Vangeli erano associazioni laiche, gestite da laici ed anche se non erano precluse ai membri del clero, in genere i sacerdoti fungevano da semplici officianti alle funzioni liturgiche richieste dalle schole, le quali, tra l’altro avevano come punto di riferimento, una chiesa, una cappella, un altare.
La chiesa le considerava un valido strumento per preservare l’ortodossia nella popolazione civile, in un primo tempo contro le eresie catare e valdesi, in seguito per rafforzare la dottrina cattolica a fronte del dilagare del protestantesimo.
Nate per iniziativa privata, presenti in maniera rilevante durante le manifestazione sia di natura laica che ecclesiastica, uniformando i loro regolamenti grazie all’intervento, nel corso del tempo da parte di vari pontefici, si conformeranno a modelli standardizzati di comportamento. La disciplina, la mortificazione della carne, la penitenza pubblica perderanno la loro valenza spirituale per diventare una sorta di rappresentazione pubblica della sofferenza. Anche la preghiera comunitaria della confraternita si irrigidirà nelle maglie strette del catechismo, non sarà più l’unicum della preghiera a cui attingere per intercedere presso il divino, ma diventerà la ripetizione collettiva delle stesse parole.
Persa la loro autonomia, autenticità e originalità, fattesi sempre più aristocratiche e ristrette le dirigenze dei vertici, le scole, gradatamente, perderanno il ruolo fondamentale di dispensatrici di carità, all’interno della società a favore degli stati che si attribuiranno l’obbligo e l’onere di occuparsi in maniera organizzata e costante dei cittadini meno abbienti e bisognosi.
Continueranno ad esistere e ad operare a livello locale cercando di dispensare ai poveri non solo un aiuto materiale, ma anche morale, agendo in base al principio che aveva vivificato la loro nascita cioè che soccorrendo il più povero dei propri fratelli era come aiutare Cristo.

Riguardo agli ospedali il discorso è un po’ diverso, possono essere infatti considerati la più antica espressione della carità cristiana. Sorti al tempo dell’impero romano, con i nomi di “hospitalia”, “xenodochia” o “hospicia” esercitavano sia l’ospitalità verso i viandanti ed i pellegrini, sia la cura degli infermi .
Generalmente erano gestiti da laici, ma ne esistevano molti guidati dai monaci e spesso anche quelli secolari erano sorti grazie all’intervento di vescovi e di altri uomini di chiesa.
Godevano di molte attenzioni da parte dell’autorità civile che non solo ne controllava il funzionamento, ma li forniva di sovvenzioni ed esenzioni[4].
Spesso erano retti in forma consortile e non di rado facevano capo alla comunità d’appartenenza oppure erano governati da una confraternita.
Con il tempo si operò una diversificazione a livello gestionale che portò la parte laica dell’associazione ad occuparsi della gestione amministrativa dell’ente, mentre quella religiosa badava prevalentemente all’assistenza. Ovviamente questa situazione favoriva dei contrasti, ma sia l’autorità civile che quella ecclesiastica cercavano di favorire la convivenza reputando necessarie queste istituzioni al benessere della società.
Con la nascita delle moderne nazioni gli ospedali inizieranno ad essere regolamentati a livello generale e in alcuni casi si trasformeranno in luoghi di confino, segregazione e sperimentazione.

 

I Monti di pietà

 

In molte località italiane il prestito con interesse o previo il deposito di un pegno era riservato agli ebrei i quali potevano provvedere all’apertura di un banco feneratizio solo dopo aver ottenuto il permesso da chi dominava un certo territorio. Solitamente erano i responsabili di una comunità a rivolgersi all’autorità centrale per chiedere l’approvazione dei capitolati che avevano stipulato con gli ebrei. In tali accordi erano elencati in maniera minuziosa i diritti ed i doveri di entrambe le parti in causa, compresi i tassi d’interesse che potevano essere richiesti, la natura dei beni che era possibile impegnare, la necessità di rilasciare ricevute scritte, ma anche le facoltà concesse ai cambiavalute di acquisire un’abitazione, di non lavorare durante le festività ebraiche e nei centri più popolosi di aprire una scuola o una sinagoga. Se la presenza ebraica era ben accetta e a volte addirittura incoraggiata dai vari signori, che vedevano nell’ esistenza di tali attività nei propri domini come un’occasione sia per far circolare del denaro, sia per fornire “sollievo” ai ceti meno abbienti in particolare nei periodi di crisi e di ristagno economico, era invece osteggiata nell’ambiente monastico.
Furono i Francescani osservanti attraverso una predicazione veemente e polemica contro gli ebrei a diffondere la convinzione che il prestito ad interesse fosse un grave peccato, ma finché non sussisteva una reale alternativa a questo stato di cose, le necessità economiche si dimostravano più forti della paura.
Non tutti i predicatori ed i teologi francescani avevano come unico obiettivo quello di istituire istituti di credito a basso costo, molti non demonizzavano gli ebrei, ne riconoscevano sia l’utilità economica che quella sociale e facevano rientrare l’istituzione dei monti di pietà in una visione più ampia ed articolata dell’assistenza e della carità [5].
Il primo monte di pietà venne fondato a Perugia nel 1462 in seguito alle omelie di Bernardino da Siena miranti a ristabilire la decenza e la moralità. Fu il consiglio della città ad annullare gli accordi con gli ebrei e ad erigere il monte, benché il progetto fosse stato ideato e perfezionato da due francescani: Bernabà Manassei e Fortunato Coppoli.[6]
Negli anni successivi altri monti di pietà sorsero ad opera dei francescani in altre città umbre e nel decennio seguente il modello si diffuse nell’Italia centrosettentrionale.
Nel territorio veneziano fu l’azione del francescano Bernardino Tomitano da Feltre a promuovere la fondazione di tali enti. A più riprese presente nei domini della Serenissima intraprese dapprima una compagna atta a conservare l’integrità della fede e della morale e a favorire la carità nei confronti dei poveri e dei derelitti e si mostrò realmente intenzionato a migliorarne la condizione. Egli ravvisava veramente la necessità creare delle strutture in grado di aiutare i bisognosi, ma il suo pregiudizio nei confronti degli ebrei contribuì a far aumentare un irrazionale antisemitismo in terra veneta, gravi episodi di intolleranza, accuse infondate, processi sommari fecero da contorno alla sua predicazione che ebbe come risultato la fondazione dei monti di pietà e l’espulsione degli ebrei da molte città venete[7].                                                                                                                                La chiusura dei banchi feneratizi nelle varie città fu però temporanea, accadeva che venissero spostati in un paese vicino per poi tornare su richiesta della comunità, che ne riconosceva l’utilità ravvisando nei due istituti finalità ed utenze diverse e non incompatibili.
Originariamente infatti i Monti di pietà non richiedevano nessun interesse sui prestiti concessi e traevano il denaro necessario al loro funzionamento dalle donazioni e dalla vendita all’incanto dei pegni non riscossi. Chiedere un interesse anche minimo era considerato macchiarsi del peccato d’usura.
Si ovvio a questo inconveniente giustificando la richiesta di denaro come necessaria per stipendiare chi lavorava presso l’ente. In fondo erano i comuni a prestare il denaro, non i massari i quali legittimamente dovevano essere pagati per il proprio servizio.
Tali asserzioni non convinsero mai completamente né i domenicani né gli agostiniani che polemizzarono a più riprese con chi sosteneva questo punto di vista.
I monti di pietà però acquisivano sempre maggiori salvaguardie alla loro attività ottenendo un riconoscimento ufficiale della loro mansione dai giuristi ecclesiastici, finché una bolla del 1515 di papa Leone X non mise fine alla questione.
Per il papa non era peccato chiedere un modico pagamento per un servizio prestato che era necessario per mantenere in attività l’ente, i monti non praticavano l’usura e non traevano nessun profitto dai prestiti. Erano istituzioni benefiche il cui scopo era soccorrere i poveri nel momento del bisogno, inoltre non prestavano il denaro senza un previo controllo sul suo utilizzo, negandolo a chi lo richiedeva per fini di lucro, illeciti o immorali.
Erano enti laici, gestiti dai comuni e funzionanti secondo le direttive degli statuti.
I regolamenti precisavano le condizioni del prestito, la durata, la quantità massima di denaro che poteva essere prestato, i modi e i tempi delle alienazioni dei beni non riscattati.
Il consiglio cittadino in genere eleggeva un “Consiglio del Monte” il quale nominava i funzionari e controllava il loro operato. I funzionari, direttori o conservatori, i responsabili delle attività dell’ente e del denaro erano solitamente scelti tra i consiglieri, mentre il massaro, l’incaricato ad accettare i pegni ed elargire il denaro, poteva anche non esserlo.
La durata di queste cariche era limitata nel tempo per scongiurare illeciti finanziari e frodi e a tal fine ogni transazione doveva venir obbligatamente annotata.
In una fase successiva del loro sviluppo i monti cominciarono ad incrementare le proprie entrate fungendo da banchi di deposito o di risparmio cominciando a concedere su questi depositi un modico interesse.
Questa nuova funzione permise ai Monti di allargare il proprio campo d’azione e a concedere non solo più prestiti, ma anche crediti più sostanziosi a persone più abbienti.
Questa operazione però non passò sotto silenzio poiché anche in essa si poteva scorgere il pericolo dell’usura. Anche in questo caso però i legislatori trovarono una spiegazione per legittimare tale operato e la individuavano in una sorta di risarcimento concesso a chi, pur potendo agire diversamente, depositava i propri capitali presso il monte spinto da generosità e d’altruismo.
L’affermarsi di tale pratica fece sì che i comuni per offrire delle garanzie a chi depositava presso il monte si trovasse nella necessità di mettere a disposizione di queste persone, terre o rendite fondiarie che in caso d’emergenza potessero coprire le carenze del monte.
Da un punto di vista etico tale soluzione era sicuramente criticabile così si cercò di legittimare questa nuova variante finanziaria con azioni complesse basate su compravendite e cessioni.
Il risultato di questa trasformazione favorì la creazione di nuovi monti di pietà, in molte città accanto ai vecchi monti d’ispirazione francescana che continuavano ad elargire modeste somme ai poveri, nacquero i monti grandi che adempivano a diverse funzioni, da un lato fungevano da cassa di risparmio per la custodia sicura del denaro a modico interesse, dall’altra prestavano anche cospicue somme denaro chiedendo un interesse che andava dal 5 al 7 °/° a chi ne faceva richiesta.
Da istituti caritativi con il tempo avevano preso una sembianza molto simile a quella dei moderni istituti di credito e benché il loro operato risultasse utile all’intera società si erano trasformati in qualcosa di molto diverso da ciò che avevano progettato i suoi ideatori.

 

Asola

 

Anche ad Asola esistevano varie associazioni votate alla pietà e carità cristiana.
La presenza di un ospedale in questa terra è già attestata all’inizio del XV secolo[8], non conosciamo la sua ubicazione e nulla delle sue attività, se era sorto per ospitare i pellegrini o per soccorrere gli ammalati, però sappiamo che era intitolato alla Madonna, che era retto in forma consortile ed aveva una dotazione di terre che ne garantiva il sostentamento. Nel 1429 il rettore dell’ospedale e del consorzio è Franceschino della Tagliata il quale ha la facoltà di agire a nome e in vece sia dell’associazione[9] che dei propri successori.
Nel 1506 l’ospedale era retto da due massari la cui nomina spettava al comune, uno dei quali era un laico mentre l’altro era un frate ospitaliere[10].
Le confraternite invece erano molto numerose, Disciplini bianchi, rossi, quella di San Giuseppe quella del Santissimo Sacramento, quella del Corpus Domini, quella di santa Barbara, della Madonna e del Rosario ed altre ancora, molte erano sorte nel XVI secolo, altre erano più antiche.
Le due discipline avevano una propria chiesa mentre le altre si relazionavano alla cattedrale dove si trovavano i loro altari e le loro sepolture.
Le loro attività erano variegate, assistevano i poveri, distribuivano pane ai bisognosi, procuravano la dote alle ragazze povere e meritevoli, unendo alla carità la preghiera.
Ben inseriti nel contesto sociale i suoi membri partecipavano alle processioni e ad altre funzioni religiose, spesso ricevevano sovvenzioni dalla comunità che forniva donativi in denaro non solo perché le confraternite potessero continuare a svolgere agevolmente il proprio compito, ma anche per l’edificazione delle loro chiese, l’abbellimento degli altari o semplicemente per comprare la cera per le candele.
Il primo monte di pietà, di cui si abbia memoria, venne istituito Asola con una deliberazione del consiglio comunale che porta la data del 30 marzo 1505[11].
Dotato dal municipalità della somma di 100 ducati era regolamentato da uno statuto e gestito dal comune che ne stipendiava il massaro. Un centinaio di anni più tardi sorse il secondo.
Nonostante ciò la presenza di un banco feneratizio in territorio asolano perdurò per molto tempo ancora poiché era sicuramente operativo in Asola ancora nel 1612[12].
Non si conosce molto riguardo alla presenza ebraica in questa terra anche se già nel 1430 esisteva un cambiavalute che svolgeva il proprio lavoro all’interno della fortezza[13]  nel 1591 a causa della carestia il comune prende a prestito del denaro dall’ebreo per acquistare pane da distribuire ai poveri e in questa occasione stabilisce che ad occuparsi degli indigenti, che sono 200 dovranno essere il comune, l’ospedale e gli eredi di Fezzolo de Fezzoli,[14].
Anche Asola può essere presa a modello di esemplificazione di quella comunanza di intenti che univa il laico e l’ecclesiastico nell’agire per il bene della comunità, nessuna attività sfuggiva al controllo e alla supervisione del comune, uno degli elementi di quel binomio di una sinergia votata al buono, all’utile e al bello.

 

[1] G. Chittolini, Città, istituzioni ecclesiastiche e “religione civica ”nell’Italia centrosettentrionale alla fine del secolo XV

[2] Ibidem

[3] Rusconi Roberto

[4] Luigi Prosdocimi

[5] Bessarione

[6] Pullan

[7] Venezia guardava con occhio critico questi interventi perché spesso le predicazioni fomentavano il malcontento e creavano disordini.

[8] ACA, Archivio Storico, Sezione Registri, reg. 1

[9] Ibidem, reg.2

[10] ACA, Archivio Storico, Sezione Registri, reg.3

[11] Ibidem

[12] Ibidem, Reg.14

[13] Ibidem, Reg.2

[14] Ibidem, reg.10