Da solo nel bosco

 

Da solo nel bosco

 

Il ragazzo attraversò velocemente la strada principale, si lanciò nella scarpata e guadato il fiume cominciò a salire.
Raggiunse il sentiero dall’alto, protetto dalla vegetazione, sostò per un momento in silenzio per capire se intorno ci fosse qualcuno. Procedeva con cautela, cercando di non far rumore, il cammino nel quale si alternavano tratti boschivi ad altri rocciosi lo portava sempre più in alto, cominciava a sentire caldo, anche se il mattino era fresco e brumoso.
Il torrente era sempre più lontano, sempre più in basso e il gorgoglio della corrente, ormai sommesso, non si udiva quasi più. Per compiere la sua missione però doveva seguire un percorso alternativo, quindi giunto alla frana scese con prudenza nella pietraia finché non incontrò l’acqua.
Era davvero bellissimo quel posto illuminato dal sole che pigramente si alzava sopra le montagne, la natura non aveva fretta, seguiva il proprio ritmo, le stagioni si susseguivano indifferenti a quel che accadeva agli uomini.

 

Con un balzo attraversò il torrente e proseguì seguendo una traccia, umida e fangosa appena visibile nell’erba alta, un altro ruscello da oltrepassare, a sinistra la forra, a destra una parete rocciosa umida e scivolosa sulla quale si arrampicò cercando di non cadere.
Subito dopo il sentiero ridiventava visibile, ma era molto stretto, tornanti che svoltavano in continuazione e ritornavano su se stessi, alla prima curva si abbassò e procedette carponi fino a dove iniziava il bosco, da lì poteva intravedere uno scorcio della valle che si svelava sotto il suo sguardo, da lì poteva essere visto.
Si fermò ad ascoltare, sentiva il suo cuore battere forte, il vento bisbigliare tra le foglie, i rami ticchettare, gli uni contro gli altri dolcemente, questi suoni lo rassereno, ma lo portarono a chiedersi se avesse paura.
Diversi ragazzi del paese, alcuni anche più giovani di lui si erano uniti alle bande partigiane, a volte gli era capitato d’incontrare questi uomini con le facce da bambini e avrebbe voluto essere come loro, ma come altri era stato ritenuto più utile come messaggero, libero di muoversi nel paese e in quelli vicini, insospettato e insospettabile, non avrebbe attirato l’attenzione. Quel giorno però, diversamente dal solito, gli era stato detto di sostituire chi doveva recarsi nel luogo dove s’incontravano la variante e il sentiero abituale, e giunto là aspettare finché non fosse arrivato qualcuno. Quella zona non gli era familiare come le montagne sopra casa, però la conosceva a sufficienza da non rischiare di perdersi e in caso di necessità permettergli di trovare un’alternativa.
Forse un po’ aveva paura, il suo più grande timore, però era quello, a causa di qualche imprevisto, di non riuscire a portare a termine il compito assegnatogli, di deluderli e questo pensiero gli pesava sul cuore.
Riprese a muoversi, leggero e silenzioso, la luce che filtrava tra gli alberi gli ricordava quella che entrava dalle vetrate delle chiese, i rami intrecciati formavano una volta luminosa e profumata sopra la sua testa, il vento era cessato, un fruscio nell’erba e il canto lontano di un tordo interrompevano di tanto in tanto la quiete. Riprese a salire, la strada s’inerpicava tra dirupi e pareti verticali lucide dell’acqua che gocciolava dall’alto, i muscoli delle gambe cominciavano a dolergli, il respiro era diventato più rapido e superficiale.
Poco prima della forcella, quando, per un momento quello spazio limitato si apriva verso i pascoli brillanti e le scure rocce lontane, il ragazzo si sentì in armonia con quello che lo circondava e libero. Era questo il motivo per cui quel giorno si trovava in quella situazione, agire per avere la possibilità di scegliere cosa fare, dire, essere.
Aveva da poco iniziato a percorrere la breve discesa, quando udì delle voci, provenienti dal sentiero sul quale avrebbe dovuto proseguire. Suoni duri e minacciosi che si avvicinavano sempre di più.
Immobile si guardò attorno, in basso un breve tratto scosceso portava al torrente, la cui riva opposta s’innalzava fino a raggiungere i pascoli.
dall’altra parte alberi e rocce, che fare? A un tratto gli s’illuminò il viso, lui
conosceva quel posto, c’era già stato, quella che sembrava una trascurabile boscaglia era invece l’ingresso per una valletta lunga e stretta, nascosta e profondamente incassata tra le pareti rocciose. Si mosse, senza fretta e confuso nel folto del bosco, sparì. Il tempo aveva reso indistinte le tracce e cancellato il cammino che riemergeva a tratti, per poi svanire ancora, ma era come se i suoi piedi seguissero un ricordo. Aggrappandosi ai rami e l’all’erba, procedendo metodicamente e con fatica riuscì a raggiungere il culmine della conca.
Lo accolse la calma delle prime ore del meriggio, il sole caldo, l’aria carica del profumo delle erbe essiccate. Mentre guardava un gheppio che volteggiava presso una cima non lontana, pensava che si sarebbe fermato per un po’ a riposare e poi si sarebbe avvicinato al luogo dell’incontro che non era distante.
Se anche fosse scesa la notte, non avrebbe avuto paura, all’erta, in attesa di sentire il rumore dei passi che si avvicinavano, non li avrebbe confusi con altri, erano simili ai suoi.